Di alcune utili maniere di procedere. Nella vita.

Asterisco n. 26 di Pasquale Bellotti

Le andature” in questi giorni apparso per i tipi del provvido Editore perugino, che qui mi ospita, mi fanno tornare alla mente le “pratiche organizzate” dell’allenamento e la loro raccolta ragionata, fenomeno cui mi dedicai e cui lavorai alacremente fin da 1968.

Giovanetto ancora, potei consegnare a Carlo Vittori, per me all’epoca insegnante, solo poi negli anni amico e confidente alla fine della sua vita, proprio nel dicembre di quell’anno, un minuscolo lavoro – che conservo – sulle andature indispensabili per rendere più forte la struttura, come dire, la compagine complessa e composita del piede (ma forte in mille diverse accezioni, anche quella di abile, poiché il muscolo forte è competente da diversi punti di vista, tra l’altro embricati tra loro in maniera indissolubile, indivisibile ed inestricabile (non spiego qui il senso dei tre aggettivi che certamente agli addetti ai lavori non sfugge, perché loro pane quotidiano e di essi anzi magari eccellenti interpreti).

Chiamammo andature quelle pratiche e ne consigliammo una prima progressione, poi una seconda, poi definimmo le modalità di crearne di sempre nuove, sempre progressive, con sempre maggiore articolazione e coinvolgimento di parti dell’organismo, in specie l’arto inferiore. Demmo un ordine, perché l’ordine rifletteva, per noi, una maniera dell’encefalo di ordinare e di coordinare. Procedendo per gradi.

L’impressione che ne avevo, a quei tempi, tutti gli anni ‘70 ed ‘80 del secolo passato, era che si poteva realmente passare - e anzi si doveva - (lavorandoci e riflettendoci e sbagliando e recuperando e arrivando ad approdi originali), per esempio nella formazione di un giovane, dal facile al difficile, dal semplice al meno semplice e da questo al minimamente complesso e poi al molto complesso, sempre originalmente, sempre in linea con la crescita dell’atleta: l’osservazione dava un’indicazione chiara dell’evoluzione della persona e così era per la maggiore o minore facilità di modificare il gesto, assimilandone di nuovi, esplicitata nella proposta dell’allenatore di tentare, di sperimentare, di provare il nuovo, di procedere cioè in un nuovo apprendimento.

In qualche modo, valeva anche un altro intendimento, di passare dal generale al particolare. Principio su cui oggi non convengo più, poiché nulla è mai generale, quando si prende in considerazione il vivente, risultando invece sempre particolare ad un essere, appunto ad un vivente. E poi: generale rispetto a che? Provate a pensarci!

Le minuziose, per l’epoca beninteso, trascrizioni di quelle prassi da insegnare, meglio da proporre, all’atleta, portarono alla definizione di un vero e proprio corpus di esercitazioni differenti, da indirizzare ai diversi atleti specialisti, ai diversi livelli di qualificazione, ai diversi livelli di età, a differenti obiettivi: la forza, la velocità (che sempre forza è), la rapidità (che sempre forza è), la destrezza (che sempre forza è).

E di quei documenti con le prassi ci servimmo per la formazione dei quadri tecnici, in Italia, ed anche all’estero.

A me toccò la Spagna e ne parlai a Madrid; il Canada, per un Corso per allenatori di Toronto; la Svizzera, nel Centro di Macolin. Forse anche altro, che al momento in cui scrivo non ricordo. Sono certo, però, che tanti appresero una prassi, una struttura di pensiero e addirittura una modalità di concepire l’allenamento che non era improvvisazione mai, ma sempre il frutto di un pensiero che partiva da lontano e che si organizzava e si definiva e, alla fine, si posava – come un vestito –  su un giovane o una giovane e sulle sue caratteristiche e sulle sue effettive necessità. Prassi che per gradi portavano a far crescere e a preparare una prestazione. Prassi che si inserivano nel contesto di sedute di allenamento complesse, in un certo ordine, proprio cronologico, perché funzionale ad un obiettivo.

A me insegnarono, in parte, la complessità e, perciò, l’approccio umile al molteplice che è da capire, da definire, da scoprire e da scomporre e ricomporre innumerevoli volte.

Buono, assai buono, mi disse Carlo Vittori. Si può fare di meglio ancora, aggiunse.

Che sapevo già. Nei decenni successivi imparai che sempre si può fare meglio. Nella vita. Mai, ovviamente, pensare di poter dominare pienamente la realtà. Meglio di ieri, fare meglio di ieri, questo ha un senso. Vuol dire, se ci riesci, sapere un poco di più ed avere un po’ meno mistero da affrontare e da svelare. Perciò volare, ma stando vicino alla terraferma.


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