Asterisco n° 19

Asterisco n. 19

Rifare gli uomini: vuol dire Riformarli, farli di nuovo?

Nell’Asterisco n.17, appuntavo che, anche per quello che oggi ci è dato di vedere, di constatare toccandolo con mano e di cui dobbiamo prendere atto oggi: estremo egoismo, incapacità di comunicare, ritiro in se stessi e rifiuto dello scambio, della relazione, quasi il rifiuto della consapevolezza della comune appartenenza al destino umano; per tutto questo, davvero  “è necessario rifare gli uomini, cambiarli dentro, cambiando la maniera di formarli, modificando gli approcci, considerando nuove opportunità, ponendosi comunque il problema. Se no, nulla cambia; tutto resta come prima”.

Problema grande quello del ”formare”, della formazione, di chi non è formato ancora (responsabilità del formare e del c.d. formatore) e di chi potrebbe desiderare - e magari davvero - desidera di riaffrontare il cammino, lungo e faticoso, ma denso di scoperte e fruttuoso,  di una formazione.

Formare nuovamente per rifare gli uomini (e farne Uomini Consapevoli, conoscitori di cosa è davvero la Conoscenza – è riconoscersi uomini!), ovvero nei due significati di una nuova formazione e di una formazione nuova.

Primo dei significati: occorre di nuovo formare, c’è materiale informe adesso, ovvero tanti materiali (tante materie?) ma che non si legano, non si collegano, non si attraggono, come se mancasse un legante, un collegante.

Ci sono tanti, anche nel sistema sportivo e del movimento in genere, che studiano, prendono da fuori e portano dentro di sé contenuti e di quei contenuti, grandi e piccoli, parti o particelle, diventano specialisti, espressione della conoscenza profondissima del pochissimo, quasi nulla. Specialisti che rischiano di diventare, quando già non lo sono, specialisti dell’infinitesimo, del quasi nulla appunto, cioè del niente: un niente in cui ci si perde e in cui non ci si ritrova e nulla si trova; quasi sempre è l’altro, è la comprensione dell’altro che non si trova…. Addentrarsi e perdersi? Addentrarsi e perdersi, sì!  Come si vive così? Lontani dalla realtà e dai problemi della vita, che sono sì personali, ma anche sociali, anche della specie, anche dell’universo?

Che mi serve conoscere tutto del lattato nei muscoli (sempre ammesso che ci sia e sia lui un protagonista certo delle sofferenze locali e centrali ….) e non saper cercare la fatica dell’anima? Cosa mi perdo del tutto, se guardo ad una frazione troppo piccola del tutto? Mi perdo il quasi tutto, cioè il tutto.

La nuova formazione dovrebbe servire ad ovviare alla iperspecializzazione, che appare come qualcosa di disumano, ti fa perdere – infatti – la coscienza dell’uomo, dell’uomo che sono e di quello che ho di fronte, realtà ignote ciascuna a sé, che non si parlano, perché nemmeno si capiscono. Se so di tecnica, di bioenergetica, di biomeccanica, di psicologia, di traumatologia, se mi affanno a capire questo e quello, proprio per compensare la tendenza ad approfondire senza conoscere la realtà che è in superficie, mi accorgo che non mi basta, non mi serve, non ne ricavo un beneficio nell’azione e nella comprensione.

Del resto cosa dovrei comprendere se so tutto della tecnica di corsa e sono un allenatore di corridori? Non mi basta questo? Chiaro, non basta. Manca un sapere che collega, un sapere che metta insieme le tessere e formi l’immagine che rende evidente la conoscenza che mi serve, la mette in luce, perché la fotografa davvero, la fa risaltare, mentre prende il posto che le compete, di conoscenza che serve a leggere la vita ed i suoi grandi, eterni interrogativi: chi siamo e perché siamo, con che destino siamo: solo individuale, solo familiare, solo sportivo, solo di carriera, solo economico, solo di prosperità? Tutti questi non sono propriamente umani, poiché umana è solo la relazione che mette in collegamento e fa parlare e fa emergere, dalla reazione della relazione, il nuovo, l’originale, il geniale, comunque il meglio di ogni esperienza di rapporto tra umani.

L’allenatore dovrebbe essere tra i maggiori esperti di umanità. Lo è? E, se sì, come collega le sue conoscenze, come le unifica, come le verifica, come le identifica? Alla luce di cosa? Credo alla luce di una conoscenza non così specialistica come quelle che già possiede, ma del tutto speciale, perché è quella della vita, della realtà viva della vita. Direi, perciò, l’ampia appassionata versatile multiforme complessiva - e non escludente nulla - conoscenza dell’uomo.

Si potrà fare, mettere in campo, offrire, rendere disponibile una formazione nuova perché contiene l’uomo, perché non ha l’allenamento come obiettivo, ma sempre la conoscenza dell’uomo che si allena? Ovviamente la conoscenza di un metodo, di una strategia, perché ogni essere umano è diverso e non ha eguali e vuole una specifica, unica, non ripetibile e riproponibile, applicazione del metodo di conoscere l’uomo e la sua capacità di prestazione.

Una formazione che sia una scuola di umanità, che perciò  preveda lo studio della storia di ogni individuo, ogni persona che ci viene affidata e che si affida, e preveda l’osservazione e la lettura e l’interpretazione dei vissuti, quelli con cui ci si presenta in campo per allenarsi oggi, quelli per cui la competizione che ipotizzavamo venisse bene è venuta male e quella che prevedevamo mediocre ci ha invece positivamente sorpresi.

Cosa si dovrebbe apprendere in una formazione che si basa sull’uomo? Come direbbe Edgar Morin, la conoscenza di come collegare alla vita ciascuna conoscenza parziale, la modalità di conciliare aspetti della vita che sembrano irriducibili e inconciliabili, la capacità di leggere nell’errore un aspetto dell’errare tipico di chi cammina e costruisce sentieri e strade e autostrade per arrivare alle mete prefissate.

Nella mente ho un’idea precisa di formazione umana all’approccio dell’uomo che vuole trarre da sé il meglio, per es. nella prestazione sportiva oppure nella pratica del movimento eretto a stile di vita.

Anche di questo, magari, possiamo prossimamente parlare. Per tratteggiarne i contorni, gli ambiti, i collegamenti, i legami.

 


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