Togliti dal groppone, papà
John Prentice, Sr. “Chi è e cosa c’entra?” vi chiederete.
Un giovane medico, che avevo aiutato negli studi con consigli e paziente (ed anche piacevole) ascolto degli argomenti di diversi esami ed avevo poi seguito nella pratica iniziale della professione, mi ha chiesto recentemente di lavorare con lui alla stesura e alla edizione di un libro, cui stava già attendendo e per il quale aveva già lo sta bene di un editore; ed un indice invitante ed originale. Io, che a quel giovane sono legato davvero molto, a quel giovane ho detto no. Non lo ho fatto subito, ho chiesto tempo per dare una risposta. Ma la risposta poi è stata perentoria. No. Forse: grazie, ma no. Non più di questo.
È che, per l’occasione, mi sono guardato indietro ed ho riconsiderato la mia piccola storia, vecchia però di molti decenni e di molte vicende (belle e meno belle, come del resto avviene per tutti) e piena di apparizioni, piene di “venute alla ribalta”, come a teatro, quando ti presenti e prendi gli applausi che meriti ed i fischi anche, quando li hai meritato. Con la storia, prima o poi, devi fare i conti: meglio prima che poi, meglio avere subito il coraggio di lasciare e di fare i passi indietro che servono, sono passi che (lo sai bene, quando ci pensi) sono obbligati.
Mi colpì molto, quando lo vidi per la prima volta, ma sempre continuò a farmi riflettere nel seguito delle numerose visioni successive (sarà capitato a molti dei lettori quanto sto per dire a momenti), la scena tra padre e figlio, John Prentice, Sr e John Wade Prentice (Sidney Poitier, 1927-2022) di “Indovina chi viene a cena”, celebre molto istruttivo ed illuminante film del 1967 (interpreti, tra gli altri, Spencer Tracy e Katharin Hepburn; per le inevitabili riflessioni sul ruolo dell’opera filmica nella vita delle persone e ovviamente nell’educazione dei giovani, cfr. Morin E, Il Cinema o l’uomo immaginario, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016; orig Le cinéma ou l’homme imaginaire. Essai d’anthropologie sociologique, Les Èditions de Minuit, Paris 1956).
In quella scena, il padre (che è un onesto cittadino di colore di provincia che ha sgobbato tutta la vita per far studiare il figlio, diventato medico di successo ed in carriera) affronta proprio suo figlio John Wade Prentice, con grande dispiacere dell’anima (che però si vede chiaramente già dal volto particolarmente scuro ed imbronciato!), per ricordargli che è azzardata la sua scelta (all’epoca del film ancora lo era, infatti) di sposare, subito, in pochi giorni, anzi nelle prossime ore, la giovane da pochissimo conosciuta di cui, riamato, si è innamorato. Una ragazza bianca. Dovresti capire che non puoi farlo, io non sono d’accordo e tu dovresti ascoltarmi. Più o meno così. L’anziano (diremmo un anziano saggio, forse gli anziani dicono proprio così degli anziani che vedono in giro e di cui sentono storie come questa …) genitore rivendica i suoi diritti di padre che ha sacrificato la vita e speso tantissimo per assicurare al figlio una vita professionalmente eccellente.
Il figlio ascolta ed è certamente colpito dalle parole del padre, anziano, apparentemente saggio, con una visione della vita solida, appresa negli anni….
Ma poi gli parla così, più o meno così: Certo, papà, hai fatto di tutto per me e te ne sono grato e anche per questo ti amo; ma tu dovevi farlo, era tuo dovere provvedere a me e comportarti come ti sei comportato. Non ti devo il comportamento che tu ti aspetti. È il momento, per me, di scegliere con la mia testa, quella testa che tu hai contribuito a formare, perchè era tuo dovere farlo. Non devi interferire più con la mia vita per le scelte che devo fare io. Pertanto, lascia fare a me quello che devo fare e “togliti dal groppone, papà”. Il problema di togliersi dal groppone. Di chi detiene il potere, o la carica, o l’incarico. Viene il momento di lasciare.
Vale per tutti i vecchi che non sanno scendere dalla scala salita, alzarsi dalla poltrona che occuparono, abbassare la voce che avevano tuonante, assecondare ed anche obbedire invece di dare ordini, stare in seconda fila – o terza o quarta – invece che in prima.
Consegnare chiavi e rinunciare alla pretesa di continuare a gestire vicende (che poi sono sempre vicende di uomini che devono essere lasciati liberi di scegliere, di fare il proprio corso, il cammino deliberatamente intrapreso. Lasciare ai giovani il compito di camminare e far camminare il Paese. Il faticoso non fare più nulla di chi presumeva di dover fare tutto, anche per gli altri. E che il mondo non potesse continuare ad essere senza di lui o di lei o di loro.
E così ho detto no.

