Riflessioni sulla responsabilità dei professionisti del movimento
Davvero molto frequentemente mi chiedo se gli addetti ai lavori del mondo del movimento e dello sport siano davvero consapevoli del significato e dell’importanza della strada che hanno intrapreso.
Sia che siano professionisti in carriera oppure giovani in formazione: hanno davvero compreso a cosa si sono indirizzati? La grandezza? A quale attività totalizzante, carica di significati e di responsabilità elevate, hanno deciso di dedicare la vita? Cioè, il prendersi cura del “motorio” della vita di altri.
E poiché il motorio si identifica, in fondo, con la vita, il riferimento è chiaro ed il passo è breve: chi è esperto del movimento, chi lo ha studiato fino a diventare uno scienziato del moto, bene: questi è un esperto della vita. Prende in carico la vita delle persone e, in più di una maniera, aiuta a condurla nel migliore dei modi: poiché sostiene la formazione motoria di un giovanetto e di un giovane; perché da allenatore, segue la preparazione per la competizione e per la prestazione; perché da conoscitore delle età della vita segue il movimento per esempio in gravidanza, oppure quello di un anziano, rappresentante della terza e addirittura della quarta età. Un’impresa – ardua – quella di prendersi cura di un altro!
Con giovani in formazione, per diventare proprio “scienziati del movimento”, ragionavo – nei giorni passati – del ruolo della colonna, lei proprio lei, la colonna vertebrale, nella vita delle persone.
La colonna è buona parte del benessere della vita. Occorre prendersene cura perché cresca bene e sapersene occupare quando presenta qualche problema; e non procurarne – di problemi – con scelte insensate e sciocche come caricarla con pesi senza una previa formazione e preparazione della stessa o utilizzando gesti e sequenze di gesti inutili e magari pericolosi e irreparabilmente nocivi.
La realtà ci mostra un vasto campionario di stupidità e di ignoranza!
A quei giovani studiosi della biomeccanica della colonna chiedevo cosa li spaventasse di più di quella parola composta da due parole più semplici: il bio o la meccanica. Poiché i più propendevano per la meccanica (li turbava il pensiero delle formule, delle equazioni, della fisica, della matematica e delle misure in genere), cercavo di portare il discorso sul bio di una colonna, poiché la colonna vive ed appartiene ad un vivente. La colonna è vivente, come si può trattarla male? Ma quanti se ne occupano? Quanti chiedono come sta la colonna di un bambino? Quanti della colonna di un’atleta e di un atleta? Quanti osservano le posture? Le posture sono libri, dove si legge e dove si impara. E sono libri che fanno domande. E sono libri che mettono in crisi. Cosa faccio? Cosa posso fare?
Giusto, perciò, comprensibile, addirittura utile è avere paura del bio, del vivente, del continuo cambiamento, del movimento, dell’imprevisto, della complessità, della vita stessa, perché solo la vita è complessa, il resto al massimo è complicato: un’equazione che si risolve. La vita dai mille fili che bisogna trovare e annodare o sciogliere o annodare e sciogliere, no.
La vita è più problematica di un’equazione della vita.
Questa è l’impresa cui sempre si accinge chi del movimento si occupa come missione della propria vita. Ardua, avvincente però e assai affascinante. Implica la comprensione dell’altro, da dove viene e verso dove procede. L’altro, il cui sviluppo motorio seguiamo o il cui allenamento organizziamo è un terreno di cimento, di studio, di riflessione, di apprendimento. Più difficile delle formule complicate.
E come non dovrebbe però spaventarci qualcosa che possiamo imparare, dovrebbe farci paura ciò che ci sfugge e che dobbiamo sempre inseguire per strappare un velo di mistero ogni volta, anche se ne restano sempre ulteriori mille.
Così è il movimento; così l’allenamento: non prevedibili nel loro manifestarsi e nel loro divenire, perciò da seguire con cura (e con amore?): ma non è forse così tutta la vita?

