Quasi 105. Pasquale Bellotti ricorda Edgar Morin

Asterisco n. 28

Quasi 105.

Ne parlo adesso, oggi 30 maggio 2026 (non conosco la data in cui apparirà questo mesto asterisco che non è però un necrologio, ma un grazie sincero al protagonista) dopo averne appreso la notizia, cui nessun media ha potuto finora dare seguito né con “coccodrilli” già predisposti e via via aggiornati negli anni (come si fa, per i grandi da celebrare già in vita), né con riflessioni di oggi. Tutto domani, immagino e tutto nei prossimi giorni e mesi e, speriamo anni: ogni riflessione su Edgar Morin, la sua vita e la sua opera ampia ed il suo magistero immenso. Tutto da domani. Il fiume di parole, discorsi, commemorazioni e dichiarazioni: anche di circostanza, anche da chi il Nostro non sa neppure chi è e cosa ha fatto e ha detto e come ha parlato alle coscienze: una cosa è quando leggi un libro, altra cosa quando è il libro a leggere te, lasciandoti a riflettere con te stesso e a decidere su come provare a cambiare, sempre te stesso s’intende e, così, però anche il mondo. Almeno un poco.

Ci servirà ripensare e riflettere ancora di più; sarà utile approfondire, per cui capiremo “quanto” e di che portata Morin ci ha nei decenni consegnato perché lo attuassimo nella vita e facessimo piazza pulita di ogni guerra e di ogni strage e di ogni violazione della libertà e della dignità dell’essere umano. E perché ci sforzassimo di vivere in pace, riconoscendoci umani.

Morin (Parigi, 8 luglio del 1921 + Parigi, 29 maggio del 2026) è stato sempre così: se ti lasciavi prendere dai suoi testi, anche quando faceva l’autocritica di sé e dei suoi errori (che valore immenso la sua Autocritique, Julliard, Paris 1959, assolutamente da leggere e da possedere!), anche quando affrontava il tema, nel 1951, del binomio/connubio uomo-morte (L’homme et la mort, Corrêa).

Poi, inframezzato con decine di altri volumi (tutti fondamentali per capire il mondo), arriverà il Metodo, con i suoi 6 volumi e poi con il settimo ultimo, di anni assai vicini a quello presente. Il Metodo – che è una summa, poiché affronta tutto, conoscenza, natura, etica, educazione – insegna davvero la vita, come condurla e come condursi in essa, nel rapporto cioè con se stessi e con gli altri.

Il metodo insegna le relazioni: la relazione, in definitiva, che spiega la vita ed il moto continuo che la anima, perché una relazione significa andare incontro, andare verso ed animare di contenuti questa strada e la sua continuazione, dopo ogni incontro. Gli incontri sono occasioni uniche che si offrono alle persone; andrebbero meditati e colti, ci insegna Morin, perché ognuno fonte di novità e portatore – ma solo se lo si vuole e ci impegna per questo – di frutti preziosi.

Anche il pensiero dialogico di Morin c’entra, perché egli ha cercato sempre di unire anche gli opposti, anche gli antagonismi e gli antagonisti, in quanto parte – irrinunciabile – dell’universo. Anche la pedagogia di Morin c’entra, invitando – come fa – a riavvicinare saperi e conoscenze, perché dal molteplice collegato nasce la verità, nasce la maniera stessa di cogliere la verità. La verità non è mai una parte, piuttosto un tutto che spiega ogni parte, contenendole. Non così fa la limitata porzione di mondo che pensiamo di possedere dentro la nostra specializzazione, che ci dà l’illusione di sapere, ma ci oscura la mente e ci porta da tutt’altra parte della verità.

Magari, ci si potrà ritornare. Su Morin, voglio dire. E parlare anche di quell’Homo Ludens, che Huizinga ci consegnò e che disperatamente cerchiamo di spiegare a studenti e a sedicenti professori, i mondi che ci sforziamo di frequentare ma che il più delle volte non frequentano chi richiama all’uomo, chi alza grida che chiedono di fermare tutto e di sedersi a conversare, a spiegare, a chiarire, a rinunciare a qualcosa per ottenere comunque il meglio. Morin colse magistralmente quel Ludens e lo avvicinò all’Economicus. Ne parliamo, serve, io credo, al nostro esperto di movimento e di sport. Avete certo compreso quale tipo di sport è quello a cui intendiamo riferirci adesso.

Giulio, che mi ha scritto (Giulio è un valente ex allievo, che si riconosce in Morin e nel suo pensiero) per condividere un pensiero che gli è venuto in mente, mi parla di un Morin attaccato alla vita per tanti anni nel tentativo, fino alla fine, fino alla fine, davvero fino alla fine, di farsi ascoltare e comprendere (in mondo cieco e sordo che sproloquia, non sempre ascoltato). Perciò così tanti anni, dice Giulio.

Certo, amico mio, i Maestri, continuano sempre a parlare. E se lo fanno diventano anche la coscienza dell’Umanità. Così Edgar Morin, 104, quasi 105.


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