La motivazione intrinseca nello sport: il piacere di fare e di diventare migliori

Il piacere di fare e di diventare migliori

Perché alcuni atleti continuano ad allenarsi con entusiasmo per anni, mentre altri abbandonano non appena i risultati tardano ad arrivare? Una parte importante della risposta sta nella motivazione intrinseca: la spinta che nasce dal piacere stesso di fare sport, di imparare e di migliorare. È il tema da cui parte Alberto Cei in un passaggio di «Allenarsi a vincere», dedicato a ciò che rende davvero duraturo un percorso sportivo.

Che cos’è la motivazione intrinseca nello sport

La motivazione intrinseca è la spinta che nasce dalla persona. Non dipende da un premio, da un applauso o da una classifica, ma dal gusto di imparare, dalla sensazione di stare migliorando, dal piacere di misurarsi con sé stessi prima ancora che con gli altri.

Secondo Cei è questo il fondamento di tutto: «alla base di ogni percorso sportivo duraturo c’è un piacere profondo per quello che si fa». L’autore lo riassume in una frase che ogni giovane atleta, idealmente, dovrebbe poter dire a se stesso: «È grazie al mio impegno e al piacere che provo che divento sempre più bravo in quello che faccio».

La lezione di Michael Johnson

Per spiegare questo concetto, Cei ricorda Michael Johnson, uno dei più grandi sprinter della storia. Johnson ha raccontato che la sua motivazione migliore è sempre venuta dalla gioia pura di correre e gareggiare: lo stesso brivido che provava da bambino e che non aveva mai perso.

È un esempio che parla a chiunque alleni o pratichi sport. Anche ai livelli più alti, quello che sostiene l’impegno nel tempo non è soltanto il risultato, ma il piacere dell’attività in sé.

Quando premi e pressioni prendono il sopravvento

Il problema nasce quando la motivazione interna viene soffocata da pressioni, aspettative, premi e riconoscimenti esterni che finiscono per diventare più importanti dello sport stesso.

Succede, scrive Cei, quando un ragazzo si allena per far contenti i genitori, per essere ammirato a scuola, solo per vincere la coppa o per diventare popolare sui social. In questi casi l’attività sportiva si trasforma in un mezzo per ottenere attenzione, consenso e approvazione. Lo sport resta, ma il motivo per cui lo si pratica si sposta altrove, ed è più fragile: basta una sconfitta, o un pubblico distratto, perché venga meno.

I rinforzi esterni non sono il nemico

Questo non significa che premi e gratificazioni esterne siano sbagliati. Cei è chiaro: i rinforzi esterni non sono negativi per definizione e in molte fasi possono essere utili.

Nei bambini che iniziano un’attività, un piccolo premio, un gadget o il semplice fatto di sentirsi parte di un gruppo possono favorire la partecipazione. Anche per gli adulti principianti alcune gratificazioni esterne funzionano come spinta iniziale. E nel mondo dell’alto livello e del professionismo è naturale che i risultati sportivi abbiano una ricaduta economica significativa.

La questione, quindi, non è eliminare i premi, ma impedire che diventino il centro del percorso.

Il ruolo dell’allenatore: coltivare la soddisfazione di migliorare

Qui entra in gioco l’allenatore. Il suo compito, secondo Cei, è aiutare l’atleta a riconoscere e coltivare la soddisfazione che deriva dall’impegno, dal miglioramento, dal sentirsi capace, dal vedere che un obiettivo prima impossibile diventa raggiungibile.

Il motivo è semplice e potente: «Quando un atleta percepisce il successo come frutto della propria abilità, dedizione e impegno, sperimenta emozioni di orgoglio, autoefficacia e fiducia». Sono queste emozioni, più di qualsiasi premio esterno, a sostenere la perseveranza.

Cosa può fare l’allenatore, in pratica

  • Dare valore all’impegno, non solo al risultato finale, così che l’atleta colleghi i progressi a ciò che dipende da lui.
  • Rendere visibili i miglioramenti, anche piccoli: è la sensazione di migliorare ad alimentare la motivazione intrinseca.
  • Proporre obiettivi sfidanti ma raggiungibili, perché vedere diventare possibile ciò che sembrava impossibile genera orgoglio e fiducia.
  • Usare i premi esterni come supporto e non come scopo, soprattutto con i più giovani e con chi è all’inizio.

In sintesi

La motivazione intrinseca è la base su cui si costruisce un percorso sportivo che dura. Nasce dal piacere di allenarsi, imparare e migliorare, e va protetta dalle pressioni e dalle aspettative che rischiano di trasformare lo sport in un mezzo per ottenere approvazione. I premi possono aiutare, soprattutto all’inizio, ma non devono diventare lo scopo. All’allenatore spetta il compito più delicato: far sì che l’atleta riconosca nei propri progressi il frutto del proprio impegno, perché è da lì che nascono orgoglio, autoefficacia e fiducia.

Il brano da cui nasce questo articolo è tratto da «Allenarsi a vincere. Le nuove sfide del XXI secolo» di Alberto Cei. Il libro è pensato per chi vuole integrare l’allenamento mentale con la preparazione fisica e si rivolge ad allenatori, psicologi dello sport e studenti di Scienze Motorie.

Il volume affronta la relazione tra prestazione, abilità ed errori, le tecniche dell’allenamento psicologico avanzato, le abilità psicologiche di base nello sport e le sfide dell’atleta contemporaneo: fragilità generazionale, pressione sociale, gestione dello stress agonistico e salute mentale. Contiene anche linee guida per allenatori e psicologi dello sport.

«Allenarsi a vincere» è disponibile in versione cartacea e in eBook. Per approfondire la psicologia dello sport puoi consultare anche la nostra sezione dedicata 


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