Da dove parte davvero un buon allenatore?

Asterisco n. 33 di Pasquale Bellotti

Silvio Sbardella, giovanissimo neo laureato in Scienze del Movimento, si cimenta nel quesito che propongo nell'Asterisco n. 27, sull'algoritmo del buon allenatore, e prova a rispondere. Lo fa effettivamente, perché registra un suo intervento e me lo invia.

Il quesito era: Come si parte, quando si parte per avviare un processo di allenamento? Come si mette per strada l'allenatore? Proprio così, letteralmente così: "come parte, quando ella/egli parte?"

E Silvio, con coraggio, risponde, addirittura indicando i suoi tre passi iniziali della strada, un suo "uno, due e tre", cioè il suo "si fa così".

  • Uno: l'allenatore si chiede se è in grado di prendere in carico quel processo che sta per avviarsi.
  • Due: l'allenatore riflette sull'effettiva disponibilità che può assicurare al processo (il tempo della cura, del prendersi carico della cura concreta dell'atleta: giorni della settimana, dei mesi, degli anni da ricavare all'interno della propria vita).
  • Tre: l'allenatore stringe un vero e proprio patto con l'atleta, patto di reciprocità, poiché ognuno – aggiungo io alle intelligenti risposte del coraggioso Silvio – assume su di sé una parte di responsabilità complessiva dell'impresa.

Bene e bravo Silvio, hai ben compreso che si tratta (quando si parla di allenamento) di un'opera di costruzione seria e che va perciò curata da tanti punti di vista.

Non sei lontano dal vero, anzi vicino (ripeto, bravo!), ma non sei nel vero (ancora). Le tue risposte sono, infatti, successive ad una prima azione (sarebbero, come dire?, la seconda, la terza e la quarta cosa da fare), con la quale il vero allenatore si cimenta, quando parte.

"Cosa fa quando parte, se è grande allenatore? Cosa fa quando parte, se è saggio ed avveduto allenatore?"

Ti aiuto, Silvio, enunciando appropriatamente l'avvio della risposta e dandoti la chiave per comprendere le parole mancanti (quelle plausibilmente mancanti ancora):

"L'allenatore che parte, se è bravo, XXX XXXXX XXXXXXX."

Ecco, completa tu. È risposta profonda, ed è risposta inequivocabile, ed è risposta che anche spiega, ed è risposta che, secondo me, risolve, perché mette in pace ed instrada.

A che serve questo nostro modo di giocare con i concetti? A capire come va la vita e come dovrebbe essere condotta. Modesta proposta per prevenire, no?, come recita il davvero preveggente pamphlet di Giuseppe Berto del 1971.

Quante cose dette, quanti contenuti, quanti propositi e suggerimenti consegnati al futuro, ma tutti regolarmente messi da parte e ignorati, in quegli anni Settanta del secolo passato!

Proprio ieri mattina (3 luglio 2026, in occasione di un Convegno per rievocare Maestri del nostro passato), conversando con Giuseppe De Vito, classe 1957, dal 2019 Professore ordinario di Fisiologia a Padova nella Facoltà di Medicina, dopo essere stato per anni Preside della Facoltà di Sanità Pubblica, Fisioterapia e Scienze Motorie dell'University College di Dublino in Irlanda, studioso, tra molto altro, degli adattamenti fisiologici degli organismi nella vecchiaia, raccoglievo da lui una confortante considerazione: quella per cui egli si ritrovava negli insegnamenti impartiti dal sottoscritto, proprio alcuni decenni fa, relativamente alla formazione giovanile e all'esercizio con cui ci si forma e ci si specializza.

Ma torniamo a noi, Silvio! Provaci, prova a fare passi avanti nell'enigma: per me – quando lo affrontai – fu la scoperta della filosofia, della visione complessiva dell'allenare, se allenare è educare, se serve l'atleta. Altrimenti l'atleta non serve e diventa terreno per stolidi, non intelligenti esercizi con serie e ripetizioni, con prove ripetute e numeri insensati (volumi, intensità, percentuali) attribuiti all'atleta, per ottuse e sciocche cialtronerie da finti esperti e colti.

Ne ho visti tanti così nei decenni, negli sport più diversi e ai livelli più differenti possibili: campioni e bambini, cui entrambi si appiccicava l'etichetta di allenamento, di persona che si allena, che viene allenata, errata per l'alto livello (che si fa in altro modo) ed errata per il giovanissimo e per il giovanetto che verrebbero (inutilmente e solo a parole) allenati, ma non ne ricaverebbero alcuna utile formazione.

Eppure, corsi di allenamento, di specializzazione in questo o quello aspetto del training o questo e quel livello, se ne fanno dappertutto, guidati da capi blasonati, ma sovente (come al solito non sempre) somari.

E ti propongo, mio giovane amico, un altro quesito (per me decisivo allora come oggi per avere una misura di quanto si era capito, afferrato, compreso ed introitato del corso appena terminato, una fase del piccolo esame finale, in cui ci si dovrebbe ritrovare per considerazioni alte, addirittura superiori; nuove e originali, di una comunità che ha compreso e costruito un proprio modo di leggere la realtà in cui opera e dovrà operare).

Riflettete, Lettori, beninteso se vi va, sulle due proposte che qui vengono fatte relativamente a cosa interpreti meglio il concetto di allenamento ed il suo reale dipanarsi nel tempo:

  1. Allenamento; riposo; allenamento; riposo; allenamento; riposo; ecc.
  2. Allenamento; allenamento; allenamento; allenamento; allenamento; ecc.

Riflettete, date una risposta e cercate di esprimere, in breve, il vostro perché relativamente alla scelta fatta. Ognuno ha un modo proprio, unico, di sentire e di vedere la realtà ed è dunque in grado di formulare ed esprimere una particolare visione della vita.

Non è difficile, amici, chiaro che non lo è. Ma solo se vi intendete davvero di allenamento.

Se avete ben compreso che l'allenatore è un omino che, ad un certo punto della vita, si allontana dalla massa e s'avvia e s'inerpica su una strada che è in salita e che sarà la sua strada.

Strada dove si deve sempre pensare, sempre riflettere prima di agire. Sempre stare attenti, guardandosi indietro per capire... come andare avanti.

Le strade in salita, specie quelle davvero difficili, sempre formano.

Quelle in discesa, facili (per diversi motivi facili, no?), sostanzialmente sempre fermano. Non le carriere, no; quelle le accelerano e le amplificano addirittura. La crescita dell'anima, quella sì, la fermano.

Silvio, coraggioso Silvio, aspetto da te.


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