Moby Dick e le curatèle dei libri….
Asterisco n. 23
Moby Dick e le curatèle dei libri ....
Moby Dick è un libro dell’800 americano, tra i più letti di sempre, la cui lettura, attenta e profonda, non dovrebbe mancare assolutamente alla lista delle opere da affrontare nella vita. Non solo per la grandezza dell’Autore (Herman Melville, nato e morto a New York; 1819-1891, alla fine povero e immiserito e quasi misconosciuto, come è spesso dei grandi …), non solo per la complessità avvincente della storia e la necessità di coglierla nei più riposti – molteplici – significati (addirittura biblici), ma per la grandezza incommensurabile, secondo me, di un suo traduttore e curatore esemplare. Mi riferisco a Cesare Pavese, autore anche della splendida prefazione che l’opera tradotta in italiano accompagna.
Cito Pavese come figura gigantesca nell’arte di tradurre e di rendere. Chi cura le opere deve saperci fare! In Pavese, c’è la conoscenza della lingua e delle sue possibilità espressive, l’inglese e l’italiana, c’è lo spessore dei già editi Lavorare stanca e Paesi tuoi, c’è la frequentazione di Fernanda Pivano e del suo cimento con l’Antologia di Spoon River, c’è l’epoca stessa con cui fare i conti. E c’è ancora molto altro. Che non sto a riferire qui. Dire: ho curato la tal opera, non è garanzia di bravura, la bravura va testimoniata, va provata. Leggi il Moby Dick curato da Pavese e ti accorgi cosa vuol dire prendersi cura di un’opera, esserne i Curatori, artefici della curatèla che consegna al Lettore una assoluta opera d’arte (l’arte di chi creò più quella di chi curò, Pavese: egli tradusse e curò ben due volte, giovanissimo, a 24 anni e una seconda volta, una decina di anni dopo).
Curatore, nell’arco degli ultimi cinquanta anni ormai, di decine (ho superato i 50 volumi?) di opere diverse nell’ambito del movimento e dello sport, ho provato ad amare ogni libro che mi è stato affidato: lo volevo (e lo voglio ancora) fedele, mai traditore del pensiero dell’Autore, godibile al massimo per il periodare scelto, curato nella nostra lingua e nelle sue regole, nell’analisi filologica, nella grammatica, moltissimo nella punteggiatura (una non gentile ed anche ingrata collega mi definì “quello che mette le virgole”; ed invece con lei avevo messo a ragione i punti sulle “i”!), in ogni forma di concordanza, ed anche con le licenze che abbelliscono senza dire il falso.
E poi con molte note del Curatore, per spiegare, chiarire, coprire testi incerti, definire meglio, adeguare. E poi premesse, prefazioni, postfazioni, indici di vara natura, appendici, apparati vari, le pagine con le romane, come si dice, quelle con la numerazione a numero romani, che precedono il definitivo inizio dell’opera: come tutti i Curatori veri ho amato ogni volume che mi è stato proposto e – se me d’accordo – anche affidato.
E di assurdità, di incompetenza, di presunzione ne ho anche vista, tanta: di sedicenti esperti, di veri incapaci, di sciocchi e presuntuosi, spesso noti. Quante volte ho corretto errori macroscopici (qualche volta dell’Autore dell’Opera!) che anche ad uno studentello in formazione non sarebbero sfuggiti ….!
Una curatela è una cura, se non te ne curi, rovini il lettore; e l’Editore che si fidò.
Per esempio, si pensi alla locuzione “Produzione di energia”, nella quale ci imbattiamo assai spesso come facile, quasi scontata traduzione dall’inglese “energy production”: certo, nemmeno all’autore avrebbe dovuto essere consentito. È un grave errore: per il primo principio della termodinamica di Lavoisier (c.d. principio di conservazione dell’energia), l’energia non si crea e non si distrugge, si trasforma soltanto, viene convertita da una forma in un’altra. Chi tradusse così? Un somaro. Il Curatore abbia cura di modificare (e di salvare il malcapitato sedicente traduttore/traditore del vero!).
E che dire dell’altra locuzione: stroke volume? I traduttori automatici rendono assai spesso come “volume della corsa” e volume della corsa ho più di una volta trovato in traduzioni infedeli (ed ho sempre corretto). Traduttori poco capaci, anche perché non coglievano il senso. Lo stroke volume è il volume della scarica sistolica, del sangue che fuoriesce dal ventricolo per ogni battito, ad ogni sistole cardiaca. Moltiplicato per la frequenza cardiaca dà l’importante misura della gittata cardiaca per minuto. Altre che volume della corsa!
E che dire di resistance training, altra locuzione inglese, presente in numerosissimi testi e di fisiologia dell’esercizio e di allenamento sportivo. Resa da improvvidi e ignoranti traduttori/curatori come “allenamento di resistenza”. Vi state meravigliando? Sembra inequivocabile. Invece no, è errore gravissimo, poiché il significato è ben altro, quello di allenamento contro resistenza, l’allenamento con i sovraccarichi, con i pesi, come gergalmente (ma correttamente, in fondo) si dice. L’allenamento di resistenza è la traduzione di endurance training che è altra cosa, altro concetto, altra maniera di leggere e di fare l’allenamento.
Un’altra perla? Un’altra perla ancora? Questa ultima, per oggi, per questo asterisco sulle curatele, è più di stile, di sensibilità che manca, oltre che di scarsa conoscenza della fisiologia e neurofisiologia del corpo umano. Brain– citato nei libri di fisiologia e di neurofisiologia, ma anche di psicologia, per evidenziare il nobilissimo organo che ci rende così capaci nella scienza e nell’arte e in mille diverse professioni e mestieri del mondo e che nel motorio significa pressoché tutto –, ecco brain non può, non deve essere reso come cervello: il cervello è quello che si acquista dal macellaio. Noi ci riferiamo all’encefalo, al contenuto della scatola cranica, con le sue potenzialità immense.
Potrei continuare a lungo. Magari, un giorno: ce ne sono di rese amene! Tante, davvero, un campionario vasto: ne posseggo un archivio davvero voluminoso. Vere Sciocchezze d’Autore! Autore, autori, si fa per dire, in realtà personaggi davvero risibili. Ma non farò nomi, no; non serve. Né dirò che sono mie quelle barzellette, anche se farebbero ridere assai.

