Černobyl’, Eduardo De Filippo e gli eroi, quelli veri e quelli falsi

Asterisco n. 44 di Pasquale Bellotti

Mentre scrivo un Asterisco su una storia ed un quesito su cui mi serve l’interesse ed il supporto dei Lettori (lo farò prossimamente, è in gestazione), vengo attratto da un’inchiesta/documentario che danno in televisione su Černobyl', ovvero sul più grave incidente nucleare della storia, avvenuto il 26 aprile 1986, nella centrale ucraina che reca appunto quel nome.

Sappiamo tutto (delle cose dette vere e false, queste ultime per minimizzare, per coprire, per nascondere la realtà) e forse sappiamo pochissimo (tutto quello che non fu detto e che fu invece interamente vissuto dai tantissimi – migliaia di migliaia, forse più – che ne morirono e, forse, ne muoiono).

Černobyl' è soprattutto una storia di morte. Eppure, fu anche una storia di moltissimi eroi, di cui non si parla mai, che addirittura si sacrificarono per fare salvo il futuro. Li voglio ricordare così, come eroi.

L'esplosione (causata da errori umani e da difetti di progettazione del reattore RBMK, esitati nel surriscaldamento incontrollabile del reattore c.d. numero 4, durante un test di sicurezza notturno) provocò una nube radioattiva che si diffuse in tutta Europa.

Morte subito le persone esposte all’esplosione, morte nei giorni, nelle settimane, nei mesi e negli anni a venire migliaia e migliaia di altre, per ferite, per ustioni, per tumori da assorbimento di dosi molto più che letali di radiazioni.

Quelli che accorsero, quelli che furono mandati e non potettero rifiutarsi di andare, quelli che sapevano dove andavano ma non si tirarono indietro, quelli furono eroi.

Quelli non li ricordiamo mai e nella vita di tutti i giorni applaudiamo e ci strappiamo le vesti per una star della musica, al cui richiamo accorriamo con giorni di anticipo o per un gol. Che sarà certo bello e bellissimo, ma atto eroico non è.

E qui molto ci sarebbe da disquisire, e non lo faccio, sullo sport e sul dilettantismo di de Coubertin che - appena nato - subito, quasi dappertutto, morì. In silenzio, morì.

Černobyl', misteri della mente umana, mi fa venire in mente e ne scrivo, Eduardo De Filippo e l’umiltà e la disponibilità e la grandezza in assoluto di questo illustre personaggio della cultura italiana del ‘900.

Chissà quanti sanno chi fu, cosa scrisse, cosa rappresentò sulla scena e cosa rappresentò per l’intera società. Ma posso dare io la risposta: pochi.

Ho conosciuto Eduardo De Filippo, che ero in ragazzo, ed anche suo figlio Luca, quando ero adulto. Dell’uno e dell’altro conservo diversi ricordi, di Eduardo, per esempio, i quattro volumi autografati delle Cantate dei Giorni dispari e dei giorni pari e La tempesta di Shakespeare, tradotta in napoletano del ‘600 (che Eduardo non conosceva e che apprese), con una dedica personale di Eduardo al sottoscritto, in ricordo della frequentazione.

Un uomo dunque famoso, giustamente noto ed ammirato, per imprese nobili e culturalmente elevate, sempre disponibile al colloquio ed umile, intendo proprio con atteggiamento di grande umiltà e nessuna presupponenza.

Gli avevo parlato, un’ultima volta, a Roma, poco prima della morte (1984), a teatro, dove egli si era recato non più per recitare, ma per ascoltare il figlio Luca, protagonista sulla scena.

Insieme ci trovammo a fare la fila, in attesa (anche lui, come diversi altri), davanti al camerino del figlio Luca, alla fine dello spettacolo di quella sera.

Gli chiesi, tra l’altro, perché non si riuscisse quasi più a contattarlo ed egli mi rispose che era molto impegnato (come senatore a vita, aggiungo qui io) perché si facesse quanto più possibile per sostenere, con iniziative speciali, il riformatorio (credo si chiamasse così) per giovani problematici di Nisida.

Era davvero preoccupato ed intimamente preso e convinto che si dovesse fare molto e presto. Umilmente parlava di se stesso e dell’impegno che metteva, che provava a mettere.

Allora, come in poche altre occasioni della vita mi è capitato, pensai: “un grande! Un personaggio davvero grande!”

Aggiungo oggi: grande come non molti altri, in un mondo ed in una società in cui del successo, della fama e del guadagno si danno spericolate, imbarazzanti, letture.

Il successo! Ma non sarà mica da osannare (come invece si fa) quello dei grandi allenatori, dei calciatori, dei cantanti di fama?

E gli eroi di tutti i giorni, mi chiedo? I medici? Le persone che salvano persone, che inventano a beneficio dell’umanità, le persone che rischiano la vita?

Non è che stiamo sbagliando a valutare, in questa terribile folle odierna società, dove tutto si calpesta per arrivare e per guadagnare?

Così il calciatore che segna un gol definito come decisivo guadagna in un solo weekend quello che un infermiere di terapia intensiva guadagna in anni di lavoro difficile e rischioso!

Così chi salva davvero vite, ogni giorno e ogni notte, il più delle volte resta anonimo.

Il chirurgo che opera per dodici ore, il ricercatore che passa la carriera su una malattia rara, il vigile del fuoco che entra in un edificio in fiamme, il maestro che riesce a cambiare la traiettoria di vita di un ragazzo difficile, sono tutte persone il cui valore è incalcolabile ma la cui visibilità è quasi nulla.

A che serve la visibilità? Serve: serve come esempio, serve come monito, serve come traguardo a cui ispirarsi e a cui aspirare.

Invece, nella nostra società, la visibilità dipende dallo spettacolo che fai, non dal valore che hai.

Il calcio, la musica, il cinema producono un prodotto fatto apposta per essere guardato, più o meno condiviso, discusso.

Un intervento chirurgico complesso e rischiosissimo alla fine riuscito non ha (e tutto sommato meno male!) spettatori.

Facciamo valere ciò che ci appare, non ciò che realmente è e che nella vita si verifica.

Dovremmo imparare, imparare ad esercitare la libertà che abbiamo e saper cogliere e scegliere il valore delle persone che davvero meritano di essere considerate eroi, pur nel silenzio, pur senza guadagni, pur senza contratti pubblicitari.

Basta mettere chi vale su un podio interiore, basta quello per restituire valore alle cose che valgono davvero e toglierne a quelle che, oltre a fare scena, non danno, non aggiungono nulla alla vita.

C'è poi anche una responsabilità morale in tutto questo: chi scegliamo di lodare pubblicamente, di raccontare ai figli, di citare come esempio con gli amici e i parenti, di raccomandare perché ci si informi, si studi e se ne legga, contribuisce – magari poco, ma certo contribuisce – a cambiare la cultura di chi ci sta intorno.

Noi cambieremmo la cultura e non la cultura (cosiddetta) noi.


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