Uno dice: “sono io il più bravo di tutti”. Risponde un Altro: “io no”

Asterisco n. 32 di Pasquale Bellotti

Uno dice: "sono io il più bravo di tutti". Risponde un Altro: "io no".

Ma il nostro mondo ne è davvero pieno. Questo constatavo quattro lustri fa, lo stesso fenomeno constato, oggi, magari anche accresciuto. Ed accresciuto proprio nel mondo del movimento e dello sport (mondi che dovrebbero educare ed avere a cuore la formazione di uomini e società migliori), dove ti aspetteresti che altri sentimenti albergassero, altre visioni della vita e delle relazioni si imponessero. Invece no: Narcisi dappertutto. E fatemelo scrivere con la N grande, Narcisi, se no si inalberano. Dovunque, i migliori di tutti, dovunque i più belli, dovunque "Solo io conto" (questo il Cognome di chi si sente "così" e si comporta da "così", riempendo il mondo di sé, cioè del nulla).

Non mi addentrerò, non è questo il luogo adatto, in un così diffuso disturbo della personalità, che pervade la società e le relazioni e la misura che dovrebbero avere queste ultime e non hanno (solo io grande, solo i miei sentimenti hanno valore, solo io merito ammirazione, solo i miei bisogni e i miei desideri sono da considerare, eccetera eccetera). No, non serve. Qui minime riflessioni e parole di indirizzo ai tanti del sistema movimento/sport che dovrebbe dare esempi ed infatti ne dà, ma negativi: l'esperienza, il toccare con mano, la pervicacia e la tenacia e l'abbarbicamento al potere — come quello alla roccia de La ginestra di Leopardi (ricordate?) —, in decine e decine di anni di osservazione, mi fanno pensare ad un sistema educativo (si spaccia per tale) che non educa affatto. Al contrario, diseduca. Provoca danni assai gravi e molto difficili da porvi un rimedio.

Perciò, ai numerosi esponenti di quel mondo (ci vivono dentro, ma in realtà non saprebbero rispondere a nessuna delle domande cruciali: cosa è lo sport? Cosa il movimento? Cosa il gioco? Se glielo chiedete vi guardano con sufficienza e commiserazione e vi danno del poveretto e del meschino e del propositore di quesiti banali, cui non vale la pena di dare alcun peso, perché non lo hanno nella vita — così dicono: a me lo hanno detto a centinaia, spesso famosi, spesso altolocati, spesso capi, spesso potenti e assai potenti; quasi sempre stupidi); a costoro, dunque, in cerca di rivalse, di riconoscimenti e di consacrazione delle loro incredibili eccezionali doti di organizzatori, di manager, di coach e di super coach, di allenatori, di organizzatori di eventi mirabolanti, ma in buona sostanza solleciti solo del proprio io malato ed ipertrofico, vanesio e narciso: a tutti questi va il mio pensiero ed il mio rammarico per non essere essi stati compresi dal mondo; erano i migliori ed il mondo — il resto del mondo — non lo comprese.

Ed a coloro, sempre sedicenti esperti del movimento e dello sport, che ottennero e poi detennero (a lungo, poverini) cariche prestigiose e quel potere connesso alla carica di fare e disfare, di poter scegliere tra far bene (raramente, ho visto anche quello) e far male e anche molto male (la maggior parte delle volte); a questi esperti del moto sempre in moto per non perdere, nemmeno in tarda età, gli scettri e le potestà: a tutti questi altri suggerisco una pausa e la presa in mano e l'apertura — va bene qualsiasi pagina, si parla quasi sempre di loro — dei Frammenti di Blaise Pascal, sulla vanità delle cose umane e sul ruolo che molti assumono di guastafeste e di rovinatori della pace e dei buoni propositi e delle possibilità di giovani capaci di emergere, sostituirsi al passato e al presente e provare a cambiare, costruendo un futuro almeno di alternative, magari di cambiamenti radicali.

A questa moltitudine, ora che ci penso e che scrivo, gioverebbe anche un'altra lettura, ma in molti, per comprenderla, dovrebbero scendere dalla scala su cui sono saliti, continuando a salire senza capire ed accorgersi che non portava da nessuna parte e in fondo a nulla, anzi faceva scendere (alla maniera di Escher).

Ve la propongo, questa lettura formativa che di più non si può proprio.

Scrive una lettera da Napoli, in data 25 giugno del 1946, un uomo; un uomo di cultura in risposta ad una precedente lettera ricevuta da un autorevole corrispondente. Il nostro dichiara di aver rinnovato, dopo quel primo messaggio, "un esame di coscienza che più volte, in casi simili, avevo fatto e che aveva avuto costantemente la stessa conclusione". Egli così continua, non si tratta di una lettera lunga:

"Io, com'Ella sa, ho speso la vita negli studi; e sebbene da tre anni in qua, per dovere di cittadino, abbia prestato opera nella politica, ho sempre badato a tenerla nei confini di quel che so e posso onestamente fare in relazione alla mia capacità e alle mie forze. Ma l'ufficio al quale mi si vorrebbe ora chiamare esce troppo da questi limiti e mi fa gravemente sentire l'inadeguatezza ad esercitarlo. Perciò non mi è consentito di lasciare porre la mia candidatura a Presidente della Repubblica italiana e debbo pregare Lei di presentare le mie scuse e i miei più vivi ringraziamenti."

Chi aveva scritto era Pietro Nenni e chi aveva ricevuto la lettera — e nella risposta declinava la candidatura a Presidente — era Benedetto Croce (ora in Croce B., Perdersi negli altri e nelle cose. Lettere Scelte, Adelphi Edizioni, Milano 2026).

Croce, nel suo diario di quei giorni, tra molto altro, scriveva di sé:

"…proprio non mi sento adeguato e adatto a quel posto, dove mi consumerei per il male che non potrei evitare, per il bene che non sarei in grado di fare."

Che lezione, non pare anche a Voi?


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