Asterisco n° 20

Asterisco n. 20

Imparai molto quella volta. E per di più da ragazzini.

I grandi, gli adulti, oggi, a me sembra che non abbiano quasi nulla da dire, nulla da dare, nulla da consegnare, nulla da insegnare. Se no, non farebbero stupide guerre e criminali devastazioni, oltre che massacrare il pianeta. Vedasi, per questa incapacità a fare il bene e a fare bene il bene, il mondo della scuola, dell’università, della ricerca in buona parte, il mondo dello sport e, aggiungo, quello del movimento in tutto l’arco della vita. Non se ne fa (di movimento), al massimo se ne fa poco o pochissimo: a questo disfacimento dell’essere si assiste, senza poter fare e senza di fatti fare praticamente nulla. Qualche proclama, questo sì. Ma a che servono le parole, le intenzioni, gli inviti e, appunto, i proclami?

Gli adulti e gli esperti (di qualsiasi branca della conoscenza) non hanno, pertanto, praticamente nulla da dire che salvi il mondo, le persone. I bambini, no: i bambini e i ragazzi e i giovanetti hanno aspirazioni e sogni. E costruiscono scenari di vita, plausibili. Con dentro la pace. E stanno male in un mondo che non comprende ciò e perciò non comprende loro e non si rende conto dell’inquietudine che anima un giovane in questa nostra cosiddetta moderna, meglio odierna, società. Occorre parlarci, occorre farsi spiegare da loro. Loro maestri, noi scolari.

M'ero avventurato in un lungo viaggio in auto, con una valente collaboratrice, non dirò in che regione e in che comune di Italia, avendo accettato – più per cortesia che per un interesse concreto –  un invito a parlare dell'allenamento sportivo agli specialisti (si chiamavano così allora, come forse anche oggi!) di diverse specialità sportive. “Cosiddetti specialisti”. Se dico così li salvo, almeno in parte; tolgo loro la pretesa e anzi l’obbligo di dover sapere quasi tutto del quasi niente. Così è di chi va nel profondo e dimentica cosa c’è in superficie (c’è la vasta vita della gente).

Arriviamo e ci accolgono quelli che mi avevano invitato. Ma non ci sono altri. Occorrerà attendere ed attendiamo. Non arriva nessuno. Passa il tempo, si scopre che chi doveva invitare non aveva invitato e che quei pochi o tanti che invece erano stati raggiunti da altri “invitatori” avevano declinato. Quegli “specialisti”, sapendo tutto, non avevano bisogno di conoscere alcunché! Cosa si poteva loro dire che non sapessero già?

I nostri ospiti in evidente imbarazzo; poi un po’ di scuse; poi il pensiero geniale di riempire l’aula, almeno riempire l’aula con qualcuno. Chiunqe fosse quel qualcuno. Si danno da fare, noi imbarazzati, delusi, anche stufi, anche seccati. No?

Dopo un'ora scaricano nella sala convegni, letteralmente scaricano alcune classi di studenti di scuola e media e superiore e li fanno diventare i partecipanti e gli ascoltatori e, perciò, anche, i destinatari delle parole di uno che si era spostato da lontano per venire ad insegnare qualcosa. Ridono, ridacchiano. Chissà cosa pensano mi chiedevo, che cosa si aspettano? Interessati a cosa?

Ecco, interessati a cosa? Decido, così, su due piedi di parlare loro, per attirarli, di qualcosa che li sorprenda, che li colga impreparati all’argomento e che però deve interessarli per forza di cose. Decido, così, di parlare …. Di parlare dell’universo e del moto che lo anima e delle galassie e dei pianeti e degli astri satelliti tutti in moto e tutti collegati dal moto e, poi, del movimento che anima noi, ciascuno di noi, e ci fa vivere e che caratterizzò la vita dei nostri antenati, addirittura milioni di anni fa. Dissi a quei giovani che il moto era la vita e che senza movimento quei nostri antenati non sarebbero potuti scappare ad animali soverchianti e non avrebbero potuto procurarsi cibo, spostandosi e cercando più e meno lontano, evidentemente anche cacciando. Scelte di vita obbligate, quelle. Ed oggi, ragazzi,chiesi.

Chiedevo, domandavo cercavo di farli diventare protagonisti di uno spettacolo di relazione tra amici ri-trovati, catturarne l’attenzione e l’interesse facendo sorgere curiosità da colmare. Cominciammo a parlare. Oggi non abbiamo obblighi di moto nella vita, abbiamo scelte consapevoli da fare. Possiamo addirittura scegliere il movimento come stile di vita. Che vuol dire? I bambini devono poter giocare (anche quarant’anni fa non potevi farlo e c’era sempre qualche stupido che ti sequestrava un pallone …)? Ma allenarsi nel movimento è un obbligo? No, una scelta che si può fare oppure no!

Mio nonno ha ottant’anni e va ancora in campagna. Certo, perché è anche bello oltre che utile e fa bene alla salute e fa vivere a lungo. Per allenarsi bisogna ripetere gesti, arrivammo a dire. Gesti sempre un po’ diversi azzardai. E spiegai perché, parlai anche della noia della vita che bisognava evitare il più possibile. Coinvolti. Interessati soprattutto noi che eravamo andati. E loro anche, che erano arrivati e si erano seduti davanti a noi, senza un vero motivo. La vita, parlare della vita ci legò. Parlare della vita è la materia che ci serve per la vita e che ha bisogno certamente anche di conoscenze parcellari; anche, non solo quelle, da specialisti.

Andammo via, alla fine, con i nostri ospiti rinfrancati (ma sempre stolti) e noi davvero rincuorati. Si può, si deve – appresi – saper parlare ai giovani, prima che diventino specialisti inutili nella vita, che non sanno nemmeno cosa è.


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