Asterisco n° 16

Asterisco n. 16 di Pasquale Bellotti Quel poco d'olimpismo

Quel poco che dell’olimpismo ho assunto io, lo devo sostanzialmente alla conoscenza di cui mi fecero dono 3 personaggi ….” Così scrivevo nel mio asterisco n. 15. Ne parlo brevemente qui, ma di certo potrei parlarne a lungo, poiché da un breve incontro (poche settimane) derivarono grandi – ancora presenti, ancora fecondi – insegnamenti di vita.. L’Olimpismo, il fair play di de Coubertin non lo apprendi certo dai libri (e poi quali?), non dallo sport moderno (quale sport? In che senso moderno? Quanto è ancora vivo di quello che fu un giorno, quando davvero si sospendevano guerre, mentre oggi anche il c.d. sport rischia di accenderne?), non da quelli che in cattedra insegnano senza sapere cosa insegnano. Ed invece l’olimpismo va insegnato perché è scuola di vita, è presenza nella vita del démone della pace, che risolve conflitti e non genera odio ma strette di mano, e scuse sincere per i falli veri. I falli finti non sono previsti dal fair play, ma ne è pieno il c.d. sport moderno.

Scriverò ancora di questo, del fair play e dell’accensione della pace dove potrebbe spegnersi l’umanità.

Era il 1969 e, giovanetto, approdai in Olimpia, in viaggio premio, per una sessione dell’Accademia Olimpica. Pieno di voglia di conoscere, affascinato dai riti dei Giochi Antichi, cercavo di non perdere nessuna parola di nessun discorso di nessuna sessione di quella tornata di studi e di incontri internazionali. Così, dopo averlo sentito parlare ed aver preso tanti appunti, andai in cerca di lui.

Lui era Jesse Owens (1913-1980), vincitore a Berlino nel 1936 di quattro medaglie d’oro (100 e 200 metri, salto in lungo e staffetta 4x100 metri). Anche a me raccontò che era falsa la storia dell’ostilità manifestatagli da Hitler dopo la sua vittoria sull’atleta tedesco Luz Long, lunghista anch’egli ed amico di Jesse, cui quest’ultimo aveva dato importanti consigli in allenamento (così mi disse, in specie sui passi finali della rincorsa), nei giorni dei Giochi di Berlino. Aveva anche chiesto, allora, Owens con già tre medaglie d’oro al collo, di essere esonerato dalla staffetta americana che era favorita, perché vi fosse potesse gareggiare una riserva e potesse così vincere una medaglia. I dirigenti non vollero e schierarono Owens. Quello e quell’altro comportamento ancora e credo molti altri, tutto ciò  fu vero fair play. Owens lo mostrò in tutta la vita, anche con me, ragazzino che non liquidò in poche battute e si fece invece coinvolgere e si spese per dirmi e darmi. Scrissi poi un articoletto che non ho mai pubblicato e che conservo e che si intitola: “Ti vengo a cercare.” Credo mi disse cose che ad altri non aveva ancora detto. Mi fece sentire uno al quale si dovevano dire speciali parole perché le portasse con sé nel futuro e le consegnasse a chi veniva dopo. Una foto che ci ritrae insieme è uno dei ricordi più cari di quegli anni.

Sempre in quell’occasione avevo potuto parlare con un altro grande dell’atletica leggera, l’uomo che aveva rotto il muro dei 4 minuti nella corsa del miglio, Roger Bannister (1929-2018), britannico, nella vita medico neurologo, ricercatore. Avvenne il 6 di maggio del 1954, ad Oxford, alle ore 18,00. Storico risultato, una barriera superata, una strada aperta, un invito a dare il meglio di sé, nell’allenamento (come nella vita e nello stile con cui viverla). Questo appresi dalle sue parole (“parli più piano, per favore, non conosco così bene l’inglese!”) e dall’entusiasmo che ancora si leggeva nel suo volto, 15 anni dopo l’impresa. Ho una foto che mi ritrae con lui, ricordo splendido di chi mi insegnò cosa fosse la “stamina”, in allenamento ed in gara e, così, nella vita.

Giovane amante della filosofia, avevo potuto frequentare ad Olimpia anche un filosofo medico (chirurgo di fama) saggista, Henri Pouret (1907-1981). Mi parlò a lungo dello Sport in quanto arte e della funzione dell’Arte nello sport. Capivo che i gesti dello sport, le sequenze motorie erano un’arte che poteva essere affinata e diventare sempre più raffinata. E che arte, così pensavo allora e così penso ancora più convinto adesso, è anche (e soprattutto) il lavoro dell’allenatore che, in fondo sempre scolpisce massi dentro cui c’è la statua, sempre va in cerca del meglio che si può trarre, sempre s’appassiona alla creatura che cura e che prepara.

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