Quanto complesso un semplice principio!

Asterisco n. 35 di Pasquale Bellotti

Nell’asterisco n. 34, avevo presentato – pescandolo dalla memoria di diversi decenni fa – un quesito posto a diversi esperti, diciamo pure di alto livello poiché tale qualifica (“essere di alto livello”) realmente possedevano, su quale fosse il concetto sintetico che meglio rappresentasse ed interpretasse l’allenamento, il suo svolgersi, il suo farsi nel tempo. La scelta era tra due possibilità: la prima, ovvero l’alternanza allenamento / riposo (e dunque si sarebbe avuta la seguente cadenza: allenamento / riposo – allenamento / riposo – allenamento / riposo, ecc. ecc., ripetuti nel tempo); oppure, la seconda, ovvero la sequenza allenamento / allenamento / allenamento / ecc. ecc., ovviamente sempre nel tempo.

Semplice e difficile, osservavo a quei tempi, dipendendo tutto dal punto di vista dal quale ci si mette e dalla maggiore o minore comprensione e percezione che si ha di cosa sia realmente (e debba forse essere) l’allenamento, nella vita. Chiaro: nella vita dell’atleta e dell’allenatore anche. Inscindibili esistenze. Lo sa chi ha realmente fatto in passato e chi fa attualmente l’allenatore e chi è oggi un vero atleta (poiché ci sono molti che credono di farlo e di esserlo, allenatori ed atleti, e non lo furono e non lo sono adesso; ma si tratta di altre storie, di altre vicende, nemmeno tutte da raccontare).

I dieci, più o meno, questo il numero degli specialisti a cui mi ero rivolto, un po’ celiando un po’ facendo davvero sul serio, poiché intendevo – a quel tempo (ed oggi? C’è chi lo fa? Chi lo ritiene utile?), intendevo, dicevo, provare ad insegnare qualcosa che andasse al di là delle serie e delle ripetizioni proposte ed effettuate sulle piste e nelle palestre dei vari centri di preparazione olimpica nazionali ed in centinaia di periferie produttive (e quanto!) del Paese; ecco, quei dieci esperti, più o meno tutti (alcuni tacevano: super esperti? Super somari?) si orientarono sull’ovvia (appariva così) alternanza allenamento / riposo.

Lo diceva il buon senso: non puoi allenarti e basta (già, sta qui la chiave dell’enigma, leggete leggete nel seguito…), devi anche riposarti; lo pretendeva Hans Selye, la cui sindrome generale di adattamento avevamo ereditato ed insegnavamo (ed ancora dovremmo, per il contenuto profondo che sempre nasconde), poiché se ti alleni soltanto, l’organismo non recupera e, invece, di progredire, regredisce fino a morirne.

Così, dopo aver discettato più o meno di questo, di nuovo prendevo le redini (ed in quell’occasione così feci) per dire che no, non era quella la soluzione a voler leggere bene nelle parole e nei fatti e nella vita e nella nostra realtà (di allora, allora era davvero così) di allenatori.

La vera modalità di lettura dell’allenamento era proprio l’altra, insulsa all’apparenza, che celava difatti un inganno, una trappola entro cui era facile cadere: allenamento, allenamento, allenamento, eccetera, eccetera, eccetera.

Perché, vi chiederete perché. Cioè il perché di quella provocazione fatta a degli esperti. Beh, certamente non per far loro del male (e male al loro amor proprio; “che fai? Ci prendi in giro?”); il contrario, per il loro bene, per la loro crescita, per la visione più complessiva che proponevo dell’allenamento come parte – ma reale parte! – della vita.

La soluzione “allenamento + allenamento + allenamento” significa diverse cose. Innanzitutto, che l’allenamento richiede tempo: e questo è forse (non sempre) scontato.

Poi, ed è la cosa più importante, che l’allenamento è esso stesso, per sua definizione e per sua natura, una sintesi irriducibile di lavoro fisico svolto e recupero dallo stesso, poiché non è durante la prova fisica che l’organismo si allena (prende lena, dicevano cento e più anni fa), ma durante il periodo, il tempo in cui ci si riposa.

L’allenamento è il riposo. Preparato dal lavoro e dalla conseguente fatica, il riposo costruisce il miglioramento. Migliaia di lavori scientifici lo hanno confermato, in decenni e decenni di pubblicazioni, ma il principio non è così chiaro, credo, ancora. Soprattutto perché cela inaudite profondità.

Leggere l’allenamento come unità inscindibile di lavoro e di riposo significa portare l’allenamento dentro la vita dell’atleta, significa proporgli uno stile di vita del quale non potrà mai fare a meno, se vorrà fare bene.

Non servirebbero, infatti, due ore di lavoro in palestra ben svolte e ventidue vissute male fuori della stessa. Non vi pare?

“Mi alleno” è una scelta di vita. Come “io alleno” lo è: mi occupo infatti dell’intera vita dell’atleta e lo seguo dopo l’allenamento, più che nell’allenamento. No, non lo spio; non lo condiziono, no. Solo gli insegno cosa vuol dire fare una scelta di vita davvero impegnativa.

Ti prende tutto, prende tutto te stesso. Di qui, motivazione, concentrazione, determinazione, stile complessivo della propria vita, anche alimentazione, anche sonno, anche buone letture, anche costruzione di un pensiero etico, anche lealtà, anche sincerità di rapporto (feci incredibili irriferibili esperienze, nei miei anni giovanili, che non posso riproporre né qui né altrove).

Ecco, insegnamenti di vita. Anche da dare agli esperti, perché ne facciano tesoro e se ne servano per la propria. Di vita.


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