Con parole semplici
Ho una risposta da dare, ai nostri Lettori interessati, per un quesito che ho definito importante in passato, pur nella sua linearità e semplicità. Nelle scelte che fa un allenatore, con un atleta, all’inizio della strada che percorrono insieme, cosa viene prima: il volume o l’intensità?
Da giovane ho spesso sentito dire che bisognava privilegiare sempre il volume e di stare attento all’intensità, perché farebbe male ad un organismo giovanile. Chiaro che è questione da riferire ad aspetti concreti: nulla può essere fatto esagerando (troppo non va bene mai) e tutto deve essere sempre riferito ad esempi concreti.
Io mi dicevo (io sedicenne, intendo qui) che i conti non tornavano, che non poteva essere proprio così. Un po’ più grande (21 anni), i conti me li sono fatti tornare. Perciò presi a domandare, tante volte, nelle aule e nelle conversazioni tra già esperti e non esperti ancora: ma voi come partireste con un giovane che deve cominciare ad allenarsi?
Il giovane ha scelto che desidera allenarsi ed impegnarsi e dunque intraprende una strada proprio impegnativa e assai complessa, quella del processo di allenamento. Qualunque sia lo sport scelto, di qualsiasi natura esso sia: giocare a pallacanestro, correre i 100 metri o la maratona, fare il nuoto di velocità o quello su lunghe distanze, ebbene la scelta – secondo me – è identica.
Devo in sostanza privilegiare …l’aspetto volume del carico, direte voi! Volume che aumenterò nel tempo, facendo poi crescere pian piano anche l’intensità: questa visione – l’opinione è in realtà assai diffusa – è davvero molto parziale (e superficiale).
L’intensità sarebbe, perciò, rischiosa per un organismo giovane, in crescita ed in evoluzione, ed il volume invece no.
Ma io penso esattamente il contrario. E non per le considerazioni di carattere biologico, bioenergetico, neurofisiologico che si possono, in proposito, fare (le fibre muscolari impegnate alle basse intensità ed alle alte; i sistemi energetici trasformatori di energia chiamati in gioco volta per volta a secondo del tipo di impegno cui un organismo sottosta, la differente conduzione nervosa nei diversi casi, ecc. ecc.).
Il volume del carico di lavoro proposto all’atleta è il vero rischio, quello per cui – esagerando – sorgerebbero davvero problemi di diversa natura e danni anche relativamente gravi (nasco per essere uno sprinter, ma l’allenamento che faccio mi fa perdere le caratteristiche da sprinter che possedevo! Ne ho visti, ne ho visti migliaia di casi così!). Come, ma tra diversi altri, l’usura delle strutture.
Una riflessione un poco più accorta e più di principio sul parametro intensità la trovo, invece, davvero illuminante. E mi spiego.
Nell'allenamento sportivo, si sa, si parla di “carichi di lavoro” (gli esercizi in concreto che l'atleta svolge: l’allenamento corretto è fatto di esercizi fisici adeguatamente proposti).
I parametri più importanti (non sono i soli) che identificano i carichi di lavoro sono – si sa anche questo, assai bene – il volume (la quantità di esercizi, di minuti di esercizi, il numero di volte in cui si ripetono gli esercizi, ecc.) che si propone e si svolge (che può pertanto crescere e diminuire a seconda delle circostanze e delle necessità) e l'intensità (il grado di impegno nell'unità di tempo, la percentuale di capacità che posseggo che sto mettendo in campo: poco, molto, moltissimo, non potrei impegnarmi di più).
Tra il volume ed intensità, altra conoscenza ben nota agli allenatori, esiste (ma non vale sempre, vale quasi sempre) un rapporto di proporzionalità inversa. Se cresce l'uno diminuisce l'altro.
Un grande volume del carico lo devo svolgere per forza ad una bassa intensità; una grande intensità non è compatibile con un volume di esercizi elevato. Devo sempre fare una scelta, dipendente da molti aspetti che entrano in gioco, ma obbligata.
Questo avviene sempre nel corso del processo di allenamento, mentre esso si svolge, ed anzi le scelte che faccio caratterizzano ed orientano l’intero processo.
Ma all’inizio del processo?
All’inizio la chiave di lettura, la chiave per entrare nel processo è la scelta della “modalità tipo” dell’impegno dell’atleta in riferimento ai gesti ed alle azioni che dovrà svolgere in competizione. La chiave che esprime il tipo, non il quanto. In un senso, il “cosa” prima del “quanto di una cosa”. La caratterizzazione che porterò avanti.
Per lo sprinter correre velocemente: la modalità veloce entra e resta nel processo di allenamento, anche se lo sprinter si allenerà cercando di svolgere nel tempo volumi sempre più elevati (sempre entro certi limiti) di lavoro intenso.
Per il corridore di maratona stessa cosa! L’intensità dell’impegno di allenamento è il primo riferimento per procedere. Quale la migliore per adeguarsi a quella che sarà, di competizione?
Intorno a quella scelta si muoverà il volume del carico e crescerà, crescerà certamente molto. Ma fatta salva l’intensità che resta l’obiettivo dell’allenamento. Correre i 42 chilometri della gara ad una intensità (media) sempre maggiore, per migliorarsi e magari anche per eccellere.
Il volume resta invariato, l’intensità deve crescere nel tempo. Vale sempre, vale per tutti gli sport, vale all’inizio e vale alla fine della carriera sportiva.
I massimi volumi possibili della massima intensità consentità. Qualcosa del genere.

