Sempre intorno al significato di allenare e di allenarsi

Asterisco n. 39 di Pasquale Bellotti

Un amico fedele e saggio mi chiama al telefono e mi pone una domanda con risposta scontatissima, eppure del tutto lecita in un mondo sconclusionato e votato alla prestazione che più non si può.

Lo fa, io credo, per dare a se stesso la conferma che noi due – e pochi altri – continuiamo a pensare allo stesso modo, noi antichi voglio dire, noi di passate generazioni, noi di un passato nel quale sempre ci interrogavamo sul bon ton da assumere e da mostrare nella vita (eleganza, modestia, estrema cortesia, atteggiamenti cavallereschi, fair play – rieccolo il fair play, ne devo scrivere presto –, dove non è importante mai apparire (per quello che non si è) ma davvero essere [così come si è, con pregi e con difetti, con l’umiltà che serve per crescere, perché se già sai tutto (tu credi) generalmente sei un somaro, con la matricola e la qualifica di ciuccio (che è ancora un po’ peggio di somaro)].

Con questo amico fedele ed antico quasi come me, spesso piangiamo, insieme ci lamentiamo per il pressoché definitivo fallimento di questa società, che ha per valore il solo arrivare. Solo traguardi da superare per primi, possibilmente (secondi, terzi, quarti, chi sono mai?). Società (ed educazione in voga) che tutto subordina all'emersione del talento e alla realizzazione del record! Ma “incapace di fare la pace”. Lo metto nei versi di una poesiola:

Un uomo da gettare

Quello incapace

Di fare

La pace.

Mi piace questa frasetta (e questo gioco di parole) che da tempo ho nella mente e che mi pare però – oggi – quanto di peggio si possa dire ad un uomo. Bravo, sì, ma sei bravo anche a far la pace o a procurare la pace o batterti per la pace? E la giustizia. E la difesa dei deboli. Ed il rispetto degli altri (ecco, proprio il rispetto di ogni altro, diverso da te). Oltre te, infatti, ci sono anche altri, chissà se te ne accorgi.

Mi dice il mio amico di essere a conoscenza di un giovanetto di talento che eccelle nello sport, ma anche nel turpiloquio e in cose del genere (o del de-genere!), che tutti fanno finta di non vedere e che giustificano in nome della prestazione o delle prestazioni che il talentuoso (ridicola parola, che però assai si usa) sa fare, è in grado di esprimere.

No, gli dico (io all’amico), no, non ci siamo, mai prima l'azione sportiva e poi l'educazione; caso mai il contrario. Ma nemmeno va bene così, ci diciamo al telefono. Che risposta, cari Lettori, vorreste dare? Chiaro che lo sport scompare e qui mille volte prevale la morale: quei comportamenti, il turpiloquio, deriva da esempi e merita immediata correzione, senza alcuna esitazione. Quegli esempi li danno assai spesso i padri. Dagli spalti, quando riempiono di insulti arbitri, giocatori (diciamo pure i contendenti), altri sventurati genitori.

Uno spettacolo che peggio non si può, non pare anche a Voi? Uno così non lo allenerei mai. Ne ho lasciati a suo tempo tanti, di talento credo. Non sapevo allenare la volgarità e quelli erano proprio campioni di volgarità. Giovani di talento volgari.

Gli allenatori, se sono veramente tali, dovrebbero vigilare. Un buon allenatore è una definizione che deve essere formulata (magari rivedendo Platone e il suo Republica, dove corpo e spirito vanno allenati congiuntamente per fare un buon cittadino, da soli non hanno senso), data ad atleti e loro famiglie e mandata a memoria ed essere anche insegnata nelle Università. Deve, perché non credo lo si faccia. Intendo dove si insegna il movimento e lo sport. Molti sono buoni, ottimi, somministratori di carichi di lavoro fisico. E fanno competere ad alto livello; e fanno vincere medaglie, che certo è una buona cosa, per un Paese, per la sua fama sportiva, ecc. ecc.

Ma allenare è altro ed è di più di questo. Allenare vuol dire preparare alla vita, fin da giovanissimi, fin da bambini magari, allenare dunque alla vita, interessandosi, prendendosi cura e seguendo la vita anche morale di un giovane. Mai vantandosi, mai. Mai apparendo, sempre essendo, sempre mostrandosi per quel che si è. Il turpiloquio, poi, non è da campioni, non c’entra con la parola atleta.

Spesso, in passato, anche recente, ne ho visti di pseudo atleti così, fanatici e narcisi, cui l’allenamento e l’allenatore non hanno insegnato nulla. E quello fatto (l’allenamento svolto) è consistito nel vincere carichi, superare resistenze, niente altro. Non superare se stessi, però; non solo salire sui podi, ma saper scendere da questi ultimi, scendere nel mondo, tra gli altri. Il grande equivoco. Come si diventa uomini e cosa vuol dire esserlo, davvero.


C&Mpillole di sport

26/06/2026 | Pillole
Il monitoraggio del carico di lavoro nel calcio si articola attorno a due dimensioni complementari: il carico esterno (external load, EL) e il carico interno (internal load, IL).
notizia-Power Yoga: cos’è, benefici e perché praticarlo nella vita moderna
21/05/2026 | Pillole
Che cos’è il Power Yoga? Il Power Yoga è una forma di yoga basata sul fitness, nata come reinterpretazione americana dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Rispetto allo yoga tradizionale, il Power Yoga ha un’impostazione più dinamica e accessibile, pensata per adattarsi ai ritmi della vita contemporanea senza rinunciare alla profondità della pratica originaria. Come l’Ashtanga, il Power
notizia-Andature atletiche: come e quando somministrarle nell’allenamento
18/05/2026 | Pillole
Dati, salute e sostenibilità dell’allenamento
foto-banner-pacchetti

Calzetti & Mariucci Editori mette a disposizione diverse modalità di accesso ai contenuti video, pensate per rispondere alle esigenze formative di tecnici, operatori dello sport e anche semplici appassionati.

C&Mpartners

logo-FIPE – Federazione italiana pesistica
logo-NSCA – National strenght and conditioning association
logo-Ferrero
logo-Federazione ciclismo italiana
logo-FIPAV-Federazione italiana pallavolo
logo-Federazione italiana judo lotta karate arti marziali
logo-Federmoto