Livio Berruti, un campione d’altri tempi

Asterisco n. 38 di Pasquale Bellotti

Asterisco n. 38

Campioni davvero d'altri tempi

Sento questa mattina della scomparsa di Livio Berruti, a 87 anni. Il campione olimpico dei giochi romani del 1960. Che davvero riposi in pace. La sento, questa triste notizia, tra mille altre notizie di morte, ma non legate all'età e al declino naturale dell'uomo fino all'ultimo dei suoi giorni, piuttosto alla malvagità, all'egoismo, al tornaconto, alla stupidità di moltissimi sul pianeta, più o meno mal ridotto, da più punti di vista. Anche da quello dell'onestà. Da quello del gioco pulito, ovunque si sia e si sia stati collocati (Presidenti di Stati, Presidenti di Organismi Nazionali ed Internazionali, semplici impiegati, Capi ufficio, ecc. ecc.)

Ecco, Livio Berruti ed il ricordo di lui mi rimandano ad altri tempi. Muore, scompare un uomo di altri tempi e questa privazione che subiamo e soffriamo (quanti, a onor del vero, subiscono e soffrono?, mi chiedo) non è piccola cosa. Di uomini di altri tempi sono rimasti pochi e di quelli dei tempi di oggi, quelli che hanno il potere (il potere? Hanno il potere i numerosi ciucci di oggi? Diciamo allora: il cosiddetto potere), beh, di questi è meglio non parlare. E chiarisco: il potere dovunque esercitato, nel pubblico e nel privato, nella vita di tutti i giorni, quando ti imbatti nella e ti scontri con la stupidità in persona; ed anche nel mondo del movimento e dello sport, visto che ci siamo (qui, in questo spazio di asterischi) e ci siamo stati (e abbiamo visto e vissuto, amaramente visto e vissuto), in quei mondi, vagheggiati, ma tante volte, pessimamente rappresentati (con tutte le pretese di migliaia di incapaci, accanto a migliaia di capaci, ovviamente, di governarli e farli progredire): stiamo parlando sempre del mondo dell'esercizio fisico e dello sport.

Mondi nei quali si comincia troppo presto a specializzarsi e non si comincia davvero mai a giocare: i bambini non giocano, non fanno giochi di movimento che invece farebbero se fosse loro consentito di esprimere liberamente desideri e volontà. Basta questo, basta davvero solo questo per bocciare il presente, al di là delle medaglie (valgono ancora il giorno dopo?), della gloria e della fama (effimere, no?), degli echi sui social e sui media in genere.

Il Paese, oltre ai mille che già ha, deve annoverare anche questo di problema serio: l'incuria verso i giovanissimi privati, per stolta ignoranza, del bene più grande di cui potrebbero disporre perché innato e dello strumento di formazione più idoneo a diventare uomini e adulti significativi. Questo bene e questo strumento non è lo sport, signori. È il gioco. Il gioco dei bambini. Sarebbe anche il gioco degli adulti, ma gli adulti non giocano, impegnati come sono a fare la guerra.

Livio Berruti, ecco, fu un uomo che giocò. Il suo modo fare e di leggere e di interpretare lo sport rassomiglia davvero all'atteggiamento ludico con cui si dovrebbe affrontare la vita. Egli affrontò così l'allenamento e le competizioni: queste ultime con poca ansia, l'animo sempre piuttosto libero e non gravato dalla paura, una notevole serenità. Così mi raccontò. E vinse, come si sa, vinse. In un'epoca, quella dell'olimpiade romana, non priva di problemi (qualcuno grave, non mi cimento qui nel racconto), ma ricca di fair play. Andrà prima o poi fatta una riflessione sul fair play, il cui significato è stato smarrito, anche se sono rimasti e prosperano i proclami. Ovunque nel mondo. Viva viva il fair play, viva il giocare pulito, ma dove è il giocare pulito? In Berruti e nel mondo che l'attorniò e in cui visse, ce ne era, senza che ci fosse ingenuità e superficialità.

Ebbi a lavorare con lui, tanti anni fa, in occasione di un incarico di natura politica che gli era stato affidato in una federazione sportiva e che lo portò a collaborare, come garante politico, con un Centro Studi che dirigevo: dove si ricercava e si studiava, dove si sperimentava, dove si pubblicava, dove si discettava di allenamento e di metodi, di iniziazione sportiva e di tentativi (tentativi furono, di più non si poteva e non si potette; ma si fecero comunque passi cruciali) di contrastare il doping (sempre vecchio e sempre nuovo problema), ecc. ecc.

Di Livio Berruti, per gli anni che restammo in contatto (Torino/Roma), ricordo la genuinità dell'approccio ai problemi, la modestia, la visione equilibrata, la tendenza a comporre.

Del suo allenamento giovanile appresi dal suo allenatore: poco volume (e pochi giorni di allenamento a settimana), grandissima intensità, estrema somiglianza degli esercizi effettuati in allenamento con la gara o frazioni della gara, esercizi fondamentali in inverno per preparare la stagione all'aperto. Una visione semplice dell'allenamento. Inutile complicarla, se non ci sono le premesse di un avvio in età molto giovanile, con un ricco corredo di gesti da apprendere ed appresi fin da bambini. Per Berruti non fu così. Scoperto per caso, manifestò il suo talento che non fu guastato o compromesso da nulla: semplicemente potette esprimerlo, liberamente lo espresse, come in un gioco. Già, lo sport come un gioco.

In molti certo lo saluteranno. Aggiungo il mio ciao. Spesso ho pensato a lui come si pensa ad una bandiera.


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