Di un allenatore che allenatore non è
Una giovane atleta, anche qui non dirò il nome né la sua specialità, alla quale – pur con un bel futuro davanti – ha dedicato già molti anni della sua vita, fin da bambina, possiamo dire – mi racconta, nei mesi di un intero anno, una storia che si ripete, ma ai miei occhi non è mai la stessa e che mi preoccupa. Molto mi preoccupa.
La storia che si ripete è che la giovane, pur essendo valente, non viene mai chiamata a giocare, “non entra mai” e resta regolarmente “in panchina”. Un numero. Un numero in una società in uno sport di squadra. Per tutto un anno così. La panchina come espressione dell’essersi molto allenata, può essere? Dove è scritto? Il fine dello sport che è esprimere l’agonismo in competizione tradito. No? Non è così? Secondo te, carissimo Lettore, è possibile, è lecito, è piccola cosa? O è invece – come ritengo io – un vero crimine, che viola una persona?
Il fatto che ai miei occhi la storia non sia sempre la stessa riguarda, pertanto, i connotati di estrema gravità, una gravità crescente nel tempo e senza attenuanti, del comportamento e della società sportiva (sui due componenti della locuzione società sportiva avrei davvero molti dubbi: cosa è una società? Cosa è lo sport? Cosa aggiungere ancora a concetti che si dovrebbero conoscere a menadito e dovrebbero essere il pane di cui si nutre lo sport? Già mi espressi a più riprese circa la risposta di un incauto presidente del CONI italiano alla mia domanda: ma secondo te cosa è lo sport? Non lo sapeva. E qui mi fermo, la risposta che ricevetti mi fa ancora rabbrividire …. Né si trattava di una freddura!) e dell’allenatore.
Allenatore? Allenatore, sai cosa vuol dire allenare? Te lo hanno insegnato? Devo insegnartelo io? Non lo avevi certo dentro di te, perché saper allenare è un’attitudine e tu non sei nato con questa dentro. Non è colpa tua, ma l’attitudine è un requisito, un prerequisito, senza di quella resti nel limbo in cui si trovano gli incapaci e le mezze calzette. Ma dovrebbero comunque avertene parlato nei mille corsi di qualificazione che avrai fatto; e prima ancora nelle università che avrai frequentato. No? No? Vuoi dirmi che nessuno spiega cosa significa allenare, ovvero prendere sotto di sé e guidare e far crescere e dare dimensione al talento di un’atleta e di un atleta e significato alla loro vita sportiva e sociale? E, dunque, umana?
Allenare come prendersi cura? Ti dice niente? Mi spiace, potrai anche alzare coppe, ma dovresti invece abbassare gli occhi e vergognarti. Pensa ai danni che hai fatto e fai e farai: un’atleta/un atleta che non ha mai potuto esprimersi? Non la/lo ritenevi all’altezza? Glielo hai detto? Gliene hai parlato? O eri troppo indaffarato a preparare schemi e formazioni? Tanto poi hai perso tutto e non hai vinto un bel niente. A che è servito? Anno che viene, altro giro di giostra ed altri malcapitati che arriveranno a te e a tantissimi altri come te. La vita e la pratica non vi hanno insegnato nulla. A voi interessa solo voi stessi ed il vostro sciocco ego. Non sapete guardare fuori di voi. Ma è fuori che c’è la vita, dentro si muore di inedia.
Il discorso sull’atleta che non ha giocato per un anno intero e che si è però sempre duramente allenata mi ha fatto ripensare, se ce ne fosse bisogno, al significato profondo che il termine allenamento ha. E al fatto che non lo si debba mai dare per acquisito e scontato. Va invece riproposto continuamente. Come criterio principale delle scelte e dei comportamenti. E sono riandato anche al libro, che è del 2009, che scrissi insieme con Sergio Zanon, sulla Storia del concetto di allenamento, con appendici, strutturato in 10 lezioni, con domande finali e soluzioni alla fine del volume. Gran bel testo, anche detto dall’Autore, che non se ne vergogna ed ai giovani lo consiglierebbe. Davvero tanto.
Allenamento, dunque, come cosa sacra cui si può accedere dopo una lunga ed impegnativa formazione e l’interrogazione di sé: se si sia o no disponibili a spendersi per il bene di un altro, che si chiama atleta ed a me allenatore si rivolge perché sia io ad insegnargli e insegnarle come andare di là, come fare meglio, come riuscire a, come superare questo o quello, come migliorarsi, ovviamente come uomo o donna prima. Poi come cultore di un gesto, da raffinare al massimo che è possibile.
Sempre allenare è insegnare a vivere. Può farlo solo un’altra attività assai congeniale all’uomo. Giocare e non smettere di farlo mai, nel corso dell’esistenza.

