L’algoritmo dell’allenatore
Al-Al
Chiamo così, Al-Al, una cartella, costruita nel tempo, piena di file su un tema che mi sta molto a cuore e che definisco l’Algoritmo dell’allenatore, appunto ALgoritmo dell’ALlenatore.
Intendiamoci bene: mai un allenatore può essere ricondotto ad un algoritmo, né lui o lei, non di questo parliamo qui, poiché ci riferiamo invece ad una sequenza definita, compiuta ed immutabile di istruzioni di lavoro con cui l’allenatore procede fin dall’inizio del suo impegno e va da A a Z, per una strada nella quale egli/ella si sentono sicuri. E sanno che si fa così, si procede in questo modo, ecc.
Il rischio, lo sa bene il nostro esperto allenatore, è quello di fallire l’istruzione R o L (sono meri esempi), il che significa smarrire la strada e perdersi nel labirinto. Occorre, è naturale, possedere un filo di Arianna e farsi guidare da esso. Il filo, nell’allenamento, ripeto qui avendolo più volte rimarcato in passato, è la visione complessiva, che rifugge da una sorta di “presentismo assoluto” (nel quale spesso ci avviluppiamo, ma adesso chiarisco) e si amplia a dismisura fino ad abbracciare l’intera storia (che è certa e la cui conoscenza è utilissima) e l’intera prospettiva di crescita (che è incerta ed anche oscura, la cui conoscenza ci è ignota, ma si può intravedere, prevedendo con acume ed esperienza) dell’atleta. Ma senza la prima (la cognizione del passato), non può esservi la presunzione di anticipare, preparandovisi, il futuro.
Siamo così spesso ancorati al presente, che non comprendiamo appieno e che vediamo precipitosamente (rovinosamente?) volgere al futuro, da non cogliere il fatto che per comprendere i nostri tempi (anche quelli della nostra professione) bisogna risalire la corrente, la china degli anni e dei mesi e delle settimane e dei giorni stessi, per andare ad incontrare i fatti che si dipanarono in una determinata maniera e, passo dopo passo, ci condussero qui, concatenati a volte, misteriosamente slegati e scollegati, anzi del tutto inspiegabili altre volte, quando l’atteso ha dovuto far posto all’inatteso emergente, arrivato per turbare, per perturbare. Ma il rischio dell’inatteso può essere utile ad imparare a cogliere l’improvvisa necessità di cambiare, adeguandosi e cercando nuove strade, nuove soluzioni, impensabili scorciatoie o solo nuove originali vie. Non è così la vita avventurosa dell’allenatore provetto? Per questo si dice (qualcuno dice) che egli/ella sono perennemente in cerca, sempre scrutano l’orizzonte, sempre fanno calcoli, sempre collegano il vento che soffiava ieri con le nuvole o la pioggia di oggi.
L’algoritmo dell’allenatore è una prova che mi piacerebbe creare – sono a buon punto – per valutare la capacità dell’allenatore di partire da un momento 0 per passare alla prima istruzione, la prima che caratterizza l’agire di un allenatore, la chiave con cui si parte, la prima riflessione, il principio di tutto. Cosa si scrive nella prima istruzione? Ci si può riflettere, ma è chiaro che non si dovrebbe sbagliare proprio la prima istruzione, perché il cammino si compromette, essendo partito il nostro uomo/donna da un principio sbagliato, o non corretto: ciò che è sbagliato o solo non corretto fa sbagliare strada, è fuorviante.
Chiamatela pure una domanda di esame: potrebbe esserlo. Come si parte? Cosa serve? Cosa occorre fare? Forse anche: cosa occorre non fare? Difficile orientarsi, certo. Si possono conoscere tanti aspetti dell’allenamento, ed anche facilmente metterli insieme, collegarli in maniera che ognuno spieghi il precedente e renda conto del prossimo passo.
Il problema è, secondo me, come si parte. Ho una mia soluzione, chiaro. Che risponde alla domanda: cosa si fa (ed io dico: cosa si deve fare) quando si parte per allenare un atleta, giovane o adulto, con talento o senza. Chi vuole provare, si cimenti pure.

