Una incerta visione e diverse illuminazioni
Farò prima o poi la lista dei buoni libri, dove apprendere (per buona parte) l’allenamento sportivo.
Una più o meno certa, a volte incerta visione di cosa sia l’allenamento sportivo e di cosa sia fatto e di cosa in realtà si occupi si può, infatti, senz’altro ricavare dalla lettura e dallo studio dei libri sull’argomento e simili. Ma a patto di trovarne di buoni, ovviamente. Ne esistono, ma vanno conosciuti.
Sono tentato, lo farò prima o poi, di fare una lista dei 50 migliori di sempre, tra esteri ed italiani. Non è così difficile da fare e con più di una riflessione per ciascuno, sul bello e sul buono e sul prezioso che ciascuno contiene. Certo non sarebbe facile elencare (lungo elenco…) quelli che non serve consultare, perché non hanno nulla da dire e da dare. Qualcuno magari è anche copiato da altri che furono copiati da altri che li saccheggiarono da altri ancora (sport ancora praticato, un po’ dappertutto …). Ne esistono poi anche di pessimi, che fanno disimparare e disamorare, alla lunga. Molti autori di questi ultimi ho conosciuto, ma qui taccio. Non serve, non è utile, è perdita di tempo parlarne.
Una visione, però, va detto per onestà, quella dei libri propriamente dedicati al training, che non è mai la sola veritiera e che mai deve restare da sola. Potrebbe ingannare, potrebbe fuorviare. Un libro parla certo di schemi e di strutture, schematizza infatti, prova a definire e a classificare, mette in ordine le conoscenze, riferisce episodi ed esperienze, racconta storie utilissime, ma purtroppo non ripetibili.
Non esempi da imitare, anche se spesso vicende umane e professionali esemplari vi sono tratteggiate: esperienze di vita (quando le trovate, tenetele da conto, sono sempre preziose); “si potrebbe fare così”; dei “quasi sempre se si opera in questo modo, non si va lontani dal vero”; diversi hanno agito così; altri hanno applicato utilmente altro. Questi e quelli sono i risultati ….
Ma, se può raccontarla al passato, quasi sempre il libro non può – la vita – né descriverla né prospettarla né annunciarla né prevederla, descrivendola al futuro: un libro non può dire cosa avverrà, non può spingere a dire fate così perché è certo che…. Anche se può garbatamente prospettare. Alcuni però sono in una lista a parte. Lì, gli Autori (scrivo con la maiuscola) sono stati capaci di introdurvi la vita e, così, di introdurvi alla vita.
Perché la vita non c’è – assai spesso, non dico sempre – nei libri sull’allenamento e nemmeno, ovviamente, in quelli sul movimento. L’allenamento, per conoscerlo davvero, va certamente prima “letto” (indispensabile informazione, non se ne può fare a meno) ma poi va “fatto” (imprescindibile formazione sul campo), mentre si svolge, mentre viene guidato (osservato): mentre si verifica, mentre avviene (con il cuore spesso in gola: sarà così che si fa?). Solo qui e solo così se ne coglie la misura (umana) e la reale fattibilità. L’utilità la dirà il tempo, almeno in parte: ma il procedimento, il modo di agire è sostanzialmente questo.
Insomma, solo l’esperienza che se ne fa, dell’allenamento, insieme con una previa informazione e un precedente studio e qualche sapiente riflessione (magari ben guidata da chi sa, per esperienza lunga e qualificata) ce ne rende consapevoli ed esperti quel tanto che possiamo diventarlo, all’inizio. Sempre fino ad un certo punto si arriva, ovvio: la vita è il tempo che passa e tu la cogli nell’attimo che la vivi. L’attimo presente. Ogni attimo è imprevedibile però. Per questo, l’allenamento ha del fascinoso e del misterioso e richiede un approccio che preveda al suo interno la presa in carica della sua complessità.
Farò, perciò, prima o poi la lista dei buoni libri. E dei buonissimi: in questi ultimi si apprende addirittura la vita. E la sua estrema varietà e la sua ricchezza, il movimento che la anima (le dà proprio un’anima…) e che ne rappresenta spessissimo la sintesi.
Avevo cominciato, tempo fa, ma poi mi ero fermato: dopo avervi inserito due libri di Edgar Morin sull’approccio e sull’approfondimento della realtà complessa (sempre lui!) e uno di Gerard Edelman sul darwinismo neurale (conoscete il Premio Nobel Edelman?). Apparentemente non sono di allenamento. Lo sono, invece (eccome se lo sono!), se pensate che l’allenamento sia lo specchio della vita e del funzionamento della mente e della macchina corporea che la prima contiene. Chi mi avrebbe capito?
Desistetti; ora dovrei solo rispolverare ed aggiornare. Non tanta fatica, dopo venti anni – più o meno – forse venti titoli da aggiungere, ma nessuno da togliere. I classici, i classici restano tali. Tra questi, c’è il vecchio datatissimo Hans Selye. Ma tu impari da Selye? Certo, assai più che dalle cronache televisive e dai commenti e dalle sentenze dei cosiddetti dirigenti sportivi di ogni Paese del mondo.
Pensate, intanto, a quanto diverso è l’allenatore, a misura che passa il tempo, che fa esperienza, che acquisisce nuove conoscenze, nuove consapevolezze, nuove personali visioni.
Non si allena domani come lo si è fatto ieri, non si è affatto certi di saper fare bene, come magari si è fatto in passato, di fronte alle mille incognite di una esperienza nuova con un atleta o un’atleta. O con un gruppo di atleti o atlete, ciascuno dei quali/delle quali è un vero mondo a sé. Unico ed irripetibile. Ignoto. Chi può dire come verrà e sarà l’esperienza? Cosa accadrà? Per quali strade si passerà e se saranno quelle giuste, le più giuste, le più o le meno affidabili? L’allenatore, una fonte di incertezza pur nella sua bravura, fama, onestà, capacità di far fronte al nuovo e di cavarsela di fronte all’inaspettato.
Poi, l’atleta, unico, come detto, irripetibile per caratteristiche, reazioni, adattabilità, allenabilità, motivazione, storia pregressa, caratteri ereditati, dotazione genetica, vissuti passati, presenti e … futuri. Cerchiamo di capire, di scavare nel passato, di osservare con attenzione, di sperimentare, di applicare il vecchio e il nuovo, mettendoci alla prova. L’atleta, destinatario del nostro intervento, altra fonte immensa di incertezza, che cercheremo di governare, cogliendo – qua e là – segnali che ci possano almeno orientare ed indirizzare.
La relazione, il rapporto allenatore/atleta: quante incognite comporta e quante ne fa individuare, nel cammino comune che si fa, con vissuti certamente diversi. Non pensavamo che… ed invece ecco che….
Poi l’ambiente circostante, il contesto, come si dice, con i suoi stimoli imprevedibili, per favorire o per recare disturbo alla crescita della condizione fisica e psichica, della motivazione, al normale corso e decorso delle giornate.
No, la vita e le relazioni non le prevedi e non le anticipi e non le misuri. I numeri male si applicano al vivente per descriverlo e caratterizzarlo rispetto a tutti gli altri. Il vivente ed il suo movimento sono un fenomeno dalla complessità estrema. Non li costringi in schemi, non li addomestichi. Umilmente li osservi, ne segui il corso, provi a descrivere, puoi azzardare un invito a fare così oppure così, puoi poi rivivere e rivedere l’accaduto e provare a constatare quanto utile sembra essere stata la tua azione e magari il tuo apporto alla crescita.
L’allenatore capace non dà nulla per scontato, se ne guarda bene. Considera i tanti elementi di cui deve tener conto ed anche quelli che non conosce e che non prevede, ma potrebbero affacciarsi a complicare, a volte – assai poche volte, però! – a semplificare e facilitare il cammino.
Ecco perché l’allenatore savio è un uomo/donna che sempre prende tempo, nella sua professione: sorprende che voglia e cerchi tempo per riflettere prima di agire, prima di scegliere, prima di accettare, dopo aver verificato, dopo aver fatto anche un esame di coscienza. Posso? So fare? Saprò essere capace? Saprò vedere e prevedere?
Professionista impegnato a “formare”, che può “trasformare”, che può anche “deformare”.
Grandi responsabilità a lavorare con il “quasi ignoto”: chi può accampare la pretesa di conoscere davvero l’altro?

