Asterisco n° 18

Asterisco n.18

Dove parliamo di un cosiddetto primo giorno e poi, però, ci occupiamo della vita

Avevo chiuso l’Asterisco n. 15 con le seguenti due frasi, che ripropongo nuovamente:

E quando inizia l’allenamento? C’è un momento di cui si possa dire che è quello iniziale? E come capita? E provenendo da cosa? E chi dà il via? Chi dice: oggi si comincia? Oggi non è come ieri?

Ed è vero che il primo giorno non è davvero il primo e che lo è di più il secondo? È vero e lo racconto prossimamente e dico perché.”

Ecco il prossimamente. Proviamo, perciò, a rispondere a qualcuno dei tanti perché.

Quando inizia l’allenamento? Quando si incontra un allenatore, si potrebbe rispondere. Quando si è accolti in una Società sportiva, da una Società Sportiva, si potrebbe arguire. Ma non è così vero e, personalmente, avrei molto da ridire se una Società sportiva tesserasse un giovanetto e lo inviasse in campo per iniziare la pratica dell’allenamento: oggi primo giorno, dice l’allenatore, facciamo questo e quello, magari un poco, per cominciare. Primo giorno, domani riposo e dopodomani, secondo giorno di pratica. Potrebbe andare così. E non cadrebbe il mondo. È come atteggiamento, come forma mentis che non va, che a me non piace, non mi sembra un inizio (piuttosto una fine, banale, consueta).

Ho detto spesso, soprattutto in Aula (in aula, però, senza enfasi della maiuscola) voglio dire, agli studenti, parlando con loro, che quando si comincia, non si comincia affatto, il movimento del corpo, i lanci di una palla o un calcio o una corsa, l’esercizio praticato lo si rimanda ad un secondo momento; il primo è quello della scoperta (dell’uno e dell’altro, di chi allena e di chi si lascia allenare), della conoscenza, dell’avvio dei discorsi, del ricostruire la storia motoria, dell’acquisire gli strumenti per le prime scelte, per avviare, per indirizzare, per provare a cominciare il cammino. È già una strada illuminata quella che così si intraprende, non si apre “al buio”, perché qualcosa già si conosce: anzi, assai più di qualcosa. Più di un nome e di un’età.

La storia, le esperienze fatte, il movimento che c’è stato già (quello che ha collaborato alla strutturazione del cervello, per dirla in breve!): gli esperti diranno “il cosa e il quando ed il quanto”. Ma non è esattamente così. Non è solo il cosa, ma quante cose, quanti gesti, quante esperienze di movimento, quante scoperte motorie, quante famiglie di esperienze, quante variazioni per arrivare ad uno stesso obiettivo finale, quanti apprendimenti, quante conquiste! Ricchezza o povertà di gesti, innumerevoli o scarse (e perciò stesso anche scarne) esperienze, negli anni della  fanciullezza?;

Non stiamo parlando di un aspetto secondario, ma primario, quello – anzi – più rilevante e determinante. La scelta (che è personale) del cominciare l’esperienza del training è gravata da questo assunto: comincia bene, se segue una reale, lunga e vasta formazione motoria giovanile di base, quella fatta nel periodo dello sviluppo per prepararsi alla vita adulta ed all’obiettivo del benessere complessivo della stessa, per il maggior numero possibile di anni. Per essere adulti sani (anche nella mente) ed anziani attivi e saggi.

Chi fu responsabile di quella formazione? O di quella mancanza di formazione? Chi fu, quanti furono gli irresponsabili che non se ne curarono e non vi provvedettero? Furono le persone vicine, furono i familiari, fu la Scuola, fu l’ambiente di vita e fu la intera società, fu lo Stato?

Chi fu, al contrario, che si curò, prese in cura, si preoccupò e si attivò per quel bambino, quella bambina? Cioè quella (così rilevante, anzi decisiva) parte del futuro dell’Umanità? E chi, nel caso contrario, non fece nulla, perché tanto “ci pensa la Natura”?

Cominciare non è mai cominciare. È, prima di tutto, verificare; in un certo senso, fare l’inventario di quanto si possiede degli strumenti per entrare nel gioco e nel processo. Nel gioco, perché è sempre un gioco nella vita il movimento che si fa (almeno, sempre dovrebbe); nel processo, perché di impegno continuativo e strutturato di anni, pochi o molti, della vita si tratta.

Bello, no? Bello, ma serio, che ci interroga, ci richiama a responsabilità grandi, ci mette di fronte alle nostre coscienze. Ci richiama all’etica e a Das Prinzip Verantwortung di Hans Jonas (1979, in Italia 1990, Giulio Einaudi Editore, Torino), Il Principio Responsabilità, l’imperativo cui non possiamo venir meno - noi umani, pena la Dis-Umanità - di occuparci del futuro della mostra specie, traghettandola con cura nel futuro, amorevolmente trasportandola.

La cura è soprattutto il gioco dei bambini (da garantire e incentivare, rispettandone la natura “sacra” e irrinunciabile di ogni uomo e donna) e il movimento del corpo che, se fatto e assecondato, resta o diventa movimento dello Spirito. Pensate, attenti Lettori, le responsabilità che ci sono affidate dalla Vita e le sfide che ci attendono, per salvaguardare (oggi si direbbe addirittura: salvare) l’anima del mondo. E così la Specie e, appunto, la Vita stessa.


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